Silvestro Pellecchia è stato arrestato nella maxi-retata contro la camorra del rione Sanità

di Giancarlo Tommasone

Strettamente legati da vincoli di parentela, con i vertici in carcere, ma nonostante ciò attivi nella guida del clan. I Sequino della Sanità avevano, secondo gli inquirenti, un unico obiettivo, quello di conquistare il rione, «ripulirlo» dai nemici, che si chiamano Vastarella. Controllo delle piazze di spaccio, del racket delle estorsioni, organizzazione militare che si traduceva nelle cosiddette stese, raid armati per intimorire i componenti della cosca avversa, per costringerli a lasciare quella porzione di ventre molle della città.

L’operazione è scattata lunedì scorso e ha portato
all’arresto di 24 persone: 19 in carcere, 5 ai domiciliari.
I vertici del sodalizio criminale sono ritenuti
i fratelli Salvatore e Nicola Sequino.

Tra gli arrestati figurano anche Silvestro Pellecchia (sposato con una sorella dei boss), il figlio di quest’ultimo, Salvatore; Ciro Minei, Gennaro Passaretti, Salvatore La Marca e Giovanni Sequino (figlio di Nicola). Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione, porto abusivo di armi e spaccio di stupefacenti. Tutti i reati sono aggravati da finalità e metodo mafiosi. Indispensabile l’attività di intelligence effettuata dagli investigatori, come pure le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.

Molto del materiale «probante» proviene dai colloqui
captati in carcere, ossia dalle conversazioni avute
tra Nicola e Salvatore Sequino con i componenti del clan.

Elemento di raccordo per distribuire gli ordini dei capi all’esterno, secondo gli inquirenti, è Silvestro Pellecchia, 45 anni, cognato dei boss. «E’ tra le persone più fidate dei vertici, anche in ragione della sua lunga militanza nelle fila del clan – è scritto nel corposo faldone dell’ordinanza – Proprio in qualità di uomo di fiducia è sempre il Pellecchia, unitamente a La Marca e a Passaretti Gennaro, ad organizzare il recupero di Sequino Salvatore, predisponendo un percorso sicuro da possibili agguati, in prossimità dell’udienza conclusiva del giudizio abbreviato in corso per il 416 bis (deciso poi il 28.10.2016) ed in cui si confidava in una sua imminente scarcerazione».

Silvestro Pellecchia, secondo le risultanze investigative,
è costantemente in contatto con i fratelli Sequino detenuti.

Da loro viene convocato per i colloqui in carcere. Proprio attraverso i dialoghi intercettati, scrive il gip Emilia Di Palma nell’ordinanza, emerge come «Silvestro Pellecchia partecipasse attivamente alla programmazione degli agguati, condividendo con Salvatore Sequino gli obiettivi e le strategie (“mandiamo qualcuno a guardare … una faccia nuova, si prende il caffè … quello non credo se ne andrà per la tangenziale… per andare a San Carlo Arena non è che fa la tangenziale e scende a Capodichino… Quello dal rione”).
Al pari del cognato, anche Pellecchia è determinato nel volere portare a termine l’omicidio sia di Patrizio Vastarella sia del figlio Antonio (“si deve prendere a tutti e due”)».

A Pellecchia, annotano gli inquirenti, «vengono affidati compiti di diversa natura, dalle azioni dimostrative, alle azioni di fuoco ed anche i traffici di droga». Intercettato in carcere, dove si è recato a colloquio con il cognato Salvatore Sequino, il 45enne dice: «Totore io la sera quando mi ritiro lo prendo e lo porto sopra un appoggio (Silvestro Pellecchia dalla piazza di spaccio porta la droga in un luogo sicuro), e me ne vado perché io non voglio avere difficoltà non me lo metto in casa… perché all’improvviso succede qualcosa… quell’altra volta spararono quello a Ponticelli sono venute cinquecento auto dei carabinieri qui sotto casa mia, mi misero la casa sotto sopra, non mi posso mettere questa roba in casa…».

Nel corso di un’altra intercettazione,
tale Peppino (non identificato) dice: «A me piace
la roba (la droga) di Silvio
(come pure viene chiamato Silvestro Pellecchia),
fammi prendere il 50».

Strettissimo e molto sentito il legame, oltre al vincolo di parentela, del 45enne, con gli altri componenti della famiglia malavitosa. Tanto è vero su uno dei suoi profili Facebook si fa chiamare Sivestro Sequino Pellecchia. Il corpo ricoperto di tatuaggi, dietro la schiena si è fatto disegnare Benito Mussolini, «racchiuso» tra due numeri, il 6 e il 17, che indicano le lettere F ed S (che stanno per Famiglia Sequino).

C’è spazio anche per Hitler, ritratto proprio sotto al duce;
del resto, Pellecchia si definisce «fascista al 100%».

Inseparabile dalla collana in oro «griffata» FS, fan di Osama Bin Laden, che compare accanto a lui, in molti fotomontaggi, sulla sua bacheca mostra orgoglioso anche le tombe dei corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano. In qualche altro scatto lo si vede posare insieme ad alcuni cantanti napoletani neomelodici, intercettati, forse, in qualche locale dove tenevano concerti. Non poteva mancare il personalissimo «muro dei martiri» di Silvestro Pellecchia, sul quale campeggiano le foto di Ciro Marfé, Salvatore Esposito ed Emanuele Sibillo.