Il boss della camorra, Giuseppe Polverino
Il boss della camorra, Giuseppe Polverino

Lo scavo della fossa comune e la fuga  

di Giancarlo Tommasone

Si rischiò molto più di uno strappo, dopo l’«incidente diplomatico» scoppiato tra un elemento di spicco del clan Di Lauro, tale Cuppulella, e due fratelli orbitanti intorno al sodalizio criminale dei Polverino (guidato all’epoca dal boss Giuseppe, alias ’o barone), organizzazione che agisce soprattutto sul territorio di Marano. Tutto parte da un furto, messo a segno in casa del fratello di Giuseppe Perrotta, alla fine del 2008. Così è riportato nella richiesta di misura cautelare siglata (nel 2009) nei confronti di 84 persone, vertici e gregari dei clan dei maranesi. Per quel furto, parte una spedizione – ricostruirono gli inquirenti, anche in base ad attività di intercettazione – che sarebbe stata condotta proprio da Peppinuccio (Giuseppe Perrotta, ndr), a caccia dei responsabili del raid.

Il racconto del pentito / «Il giubbotto salvò
Edoardo Contini, parò i proiettili indirizzati alla schiena»

Arrivato nella zona di Licola, il gruppetto preleva con la forza, due giovani, e li porta a casa del derubato per un confronto. Quest’ultimo, non è convinto al cento per cento si tratti dei ladri, ma nel dubbio, i presenti non risparmiano alla coppia una razione extra abbondante di botte. Nel frattempo si «invitano» i presunti responsabili (che in realtà sono assolutamente estranei ai fatti) a confessare il furto. Niente da fare, i ragazzi resistono, non ammettono alcunché, e allora si decide di trasferirli presso il deposito di Peppinuccio, dove si appronta una fossa per seppellirli. A questo punto scattano istinto di conservazione e forza della disperazione: uno dei giovani finge di essere morto, e non si sa come, riesce a raggiungere l’auto a bordo della quale lo avevano portato al deposito, mette in moto e si avvia verso la salvezza. Provano a fermarlo facendo fuoco per tre volte contro la vettura, ma le pallottole non fermano la fuga. Dove scappa il ragazzo? A Giugliano, dai carabinieri.

La fuga rocambolesca
terminata nella caserma
dei carabinieri

Della cosa sono «notiziati» in diretta i sequestratori, perché il fuggitivo chiama sul cellulare il parente rimasto al deposito. Si prova a imbastire un tranello per catturare i responsabili del rapimento e del pestaggio, ma questi non abboccano. E inoltre, sono costretti a lasciare libero l’altro ostaggio. L’unico che verrà arrestato per la vicenda, qualche giorno più tardi, è il proprietario dell’auto, che il ragazzo aveva utilizzato per scappare. A raccontare come siano andati i fatti, è Salvatore Liccardi, intercettato (il sette gennaio del 2009) mentre è a bordo della sua Fiat 600 insieme a un sodale. Pataniello (come è conosciuto nell’ambiente, Liccardi) è considerato elemento di spicco del clan e spiega al suo interlocutore, che i ragazzi ritenuti i responsabili del furto, non solo non c’entrano niente, ma sono i nipoti di Cuppulella, un affiliato di rango dei Di Lauro.

Il covo / Faida, le lettere dei Di Lauro
indirizzate a giornali e forze dell’ordine

Liccardi racconta al suo interlocutore, che è dovuto intervenire personalmente, per ricucire lo strappo tra i fratelli Perrotta e i Di Lauro. E non solo. Il comportamento del giovane che aveva trovato protezione presso la caserma dei carabinieri («si era buttato in braccio alle guardie», commentano intercettati due affiliati ai Polverino), e non si era invece rivolto all’ambiente malavitoso per risolvere la questione, era stato aspramente criticato dagli affiliati. Nonostante i ragazzi sequestrati e malmenati fossero completamente estranei al furto, e quindi due volte vittime nella vicenda appena descritta, furono convinti (o meglio costretti) a falsare il riconoscimento.

Le intercettazioni
telefoniche
Le rassicurazioni al fratello

del ras irreperibile

Quest’ultima circostanza emerge da una telefonata (intercettata) che intercorre tra Salvatore Liccardi e il fratello di Giuseppe Perrotta (quest’ultimo, dopo i fatti del deposito, si è reso irreperibile). «Nella fattispecie – commentano i magistrati -, Pataniello racconta al fratello del fuggitivo Giuseppe, di aver ricevuto precise garanzie dalle vittime, che hanno garantito la loro collaborazione al fine di falsare l’individuazione fotografica cui sono stati sottoposti, evitando di riconoscere tra le immagini mostrategli quella di Giuseppe Perrotta».