(nella foto il boss Giuseppe Lo Russo e il fratello pentito Carlo Lo Russo)

I delitti Politelli e Palumbo.

di Luigi Nicolosi.

Parenti serpenti, come si suol dire. Dietro l’ultima inchiesta che ha fatto luce sull’interminabile scia di sangue disseminata dal clan dei “Capitoni” di Miano c’è ancora una volta lo zampino dell’ormai ex boss Carlo Lo Russo. Collaboratore di giustizia dal 2016, “Carlucciello” è l’uomo che, con le sue rivelazioni ha contribuito a ricostruire le responsabilità in ordine agli omicidi di Gennaro Politelli, assassinato il 15 gennaio del 1988, e di Francesco Palumbo, ucciso il 7 giugno del 1994. Ed è stato proprio l’ex padrino di via Janfolla a puntare il dito contro i suoi fratelli Giuseppe, l’unico dei vecchi capi a non essere mai passato dalla parte dello Stato, e Domenico.

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Allo sviluppo dell’inchiesta che stamattina ha portato all’arresto di Giuseppe e Domenico Lo Russo hanno complessivamente contribuito quattro collaboratori di giustizia: Carlo Lo Russo, Mario Lo Russo (in maniera minore), Ettore Sabatino e Salvatore Torino. Nel registro degli indagati, seppur non destinatario di misura restrittiva, risulta poi iscritto, oltre a Giuseppe e Domenico Lo Russo, anche Vincenzo Licciardi. Il gip Cananzi per lui non ha accolto la richiesta di arresto avanzata dal pubblico ministero.

Al delitto di Gennaro Politelli, stando alla ricostruzione degli inquirenti, avrebbero a vario titolo partecipato i fratelli Carlo, Domenico e Mario Lo Russo, e Vincenzo Licciardi: quest’ultimo nel ruolo di mandante, Mario e Carlo in qualità di specchiettisti e Domenico quale esecutore materiale. L’agguato sarebbe stato una vendette per avere la vittima ucciso Salvatore Fiorillo, alias “sette bellezze”, e Carmela Cimmino.

Giuseppe Lo Russo, Ettore Sabatino e Salvatore Torino sono invece accusati dell’assassinio di Francesco Palumbo. In questo caso il raid sarebbe stato ordinato dal boss Giuseppe Lo Russo sulla scia di un dissidio tutto interno al clan dei “Capitoni”. La vittima, secondo i ras di via Janfolla, era infatti un confidente delle forze dell’ordine e proprio alcune sue indicazioni avevano consentito in quel periodo l’arresto del boss Salvatore Lo Russo per armi. Uno sgarro sul quale il “tribunale della camorra” non ebbe alcuna intenzione di soprassedere.