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A un occhio poco attento sarebbe potuta sembrare una scritta come le altre, ma a chi conosce un po’ la storia della malavita partenopea, allora no. Quelle parole sono state come un coltello pronto a squarciare il velo della legalità su una Torre Annunziata cui è bastato solo quel cognome per tornare a rivedere le ombre e i fantasmi degli anni in cui “Gionta” era più di un semplice cognome. E allora quella frase: “Nella buona e nella cattiva sorte, Gionta fino alla morte”, trovata durante il blitz della polizia risalente al 26 settembre, riapre vecchie ferite, che da quella strada di via D’Alagno, corre fino a Palazzo Fienga.

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La scritta che inneggia al clan Gionta ritrovata durante un blitz della polizia a Torre Annunziata (pic. ‘Il Mattino’)

La storica roccaforte del cartello criminale, cui sono legati fatti e storie della camorra che ancora risuonano nell’aria. Come riporta ‘Il Mattino’, in un articolo di Dario Sautto, la firma sotto quella frase è una sigla, “G.C.”, che fa riferimento al proprietario delle 165 piante di canapa indiana sequestrate dagli agenti durante le operazioni di controllo, che hanno portato ai sequestri.

Valentino Gionta, padrino di Torre Annunziata

Ma quella scritta dimostra come certi cognomi siano difficili a sparire. E come il clan Gionta stia ripartendo dalla microcriminalità per provare una riorganizzazione. Droga, rapine e tutto ciò che consente di tornare a marcare il territorio e a far cassa. Tutto all’ombra del sodalizio criminale guidato un tempo da Valentino, ora al 41bis, ma che si rispecchia anche in quel Palazzo Fienga che, da come si legge, l’amministrazione, nella fattispecie del sindaco di Torre Annunziata Vincenzo Ascione, punta ad abbattere, creando un grande spazio vuoto all’interno del quartiere. Ma c’è anche chi, come l’associazione Riformisti del Mezzogiorno, invece, vorrebbe lasciarlo lì, intitolandolo, però, a Giancarlo Siani. Trasformando quel luogo di morte in uno spazio a servizio della città.

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