Ciro Contini in mezzo a uno stuolo di carabinieri

Il 31enne considerato uno degli «intoccabili» della cosca

di Giancarlo Tommasone

Trentun’anni, «inteso ’o nirone» si evince da alcune informative di polizia giudiziaria, che lo inquadrano come il reggente del clan Contini «con il compito di riorganizzare il gruppo criminoso per la riaffermazione del dominio nella zona di San Giovanniello e del Vasto, procedendo all’occorrenza» anche ad effettuare dimostrazioni di forza con armi, vale a dire le cosiddette stese. Un cognome pesante che «il soggetto non esita a far valere negli ambienti criminali in cui è inserito». Un ras in ascesa, ritengono gli investigatori, che si trovano a tratteggiare la figura di Ciro Contini, nipote del boss Edoardo’o romano, tra i fondatori dell’Alleanza di Secondigliano.

L’inchiesta Hammer / Guerra tra clan di camorra
a Rimini per la conquista del territorio

Un passato nel clan Sibillo, l’uomo raggiunto da un misura di custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’inchiesta Hammer (condotta per infiltrazioni della camorra a Rimini), scala facilmente le posizioni, per arrivare, in un periodo, a guidare la cosca del Vasto-Arenaccia, quella che porta il suo nome. Di Ciro Contini riferisce anche il collaboratore di giustizia Pasquale Orefice. Nel corso dell’interrogatorio datato 20 settembre 2018, ’o nirone viene indicato dal pentito, «come uno degli intoccabili». Quando era componente del gruppo Sibillo, «Ciro Contini era l’unico che si poteva permettere di girare per il quartiere di Capodichino con le pistole, senza l’autorizzazione del clan Contini». «Conosco ’o nirone da 20 anni, l’ho visto crescere – racconta Orefice – Io e i miei fratelli abbiamo negozi di compravendita di mobili usati e lo portavo con me sul camion in occasione delle consegne». All’epoca, afferma il pentito, Ciro Contini era inserito nel gruppo dei Sibillo.

L’approfondimento / Il cognato del boss
con reddito zero, ma oltre 2 milioni di debiti con l’Erario

«Prima della morte di Emanuele Sibillo – spiega Orefice – Contini faceva parte del gruppo di fuoco con loro. Quando morì Emanuele e il fratello (di quest’ultimo, ndr) Pasquale era latitante, le redini del clan passarono a lui (a Contini, ndr)». Il collaboratore di giustizia racconta ai magistrati come ’o nirone chiedesse consigli per la gestione del clan di Forcella e circa le modalità da utilizzare per interfacciarsi con gli affiliati. «Ad esempio per le imposizioni delle buste ai commercianti e dei cartoni per le pizze, gli spiegai che era meglio non coinvolgere affiliati che potevano ricondurre a lui, ma ragazzi estranei alla malavita», afferma il pentito. «In un’altra occasione – dice ancora Orefice – (Contini) mi mostrò due pistole, una calibro 9×21 vecchia e un’arma corta, oltre ad una mitraglietta, per avere un parere sulla loro funzionalità. Gli dissi che le due pistole non erano buone, la mitraglietta fu poi sequestrata dalle forze dell’ordine».