Gianpiero Falco, delegato Confapi Campania allo sviluppo regionale

di Gianpiero Falco *

Egregio direttore, questa settimana per il suo giornale, avrei da chiederle ospitalità per la relazione degli eccessi di benessere con lo sgretolarsi dello stato sociale. Ebbene, credo sia importante fare una attenta analisi su quella che è stata l’evoluzione del conflitto sociale negli ultimi cinquanta anni nel nostro Paese. E, a ben vedere, esiste una costante diminuzione degli standard di riferimento, che con il passare del tempo assumono valori sempre più bassi. Ma perché questo accade? Perché la disoccupazione assume sempre valori più alti; perché il sostegno dello Stato diviene sempre più flebile e permette invece la crescita di famiglie, sempre più povere, in un periodo dove la povertà dovrebbe essere sconfitta. Soprattutto se si sta analizzando un fenomeno all’interno di un Paese industrializzato e appartenente peraltro alla comunità Europea.

Se torniamo un attimo indietro non possiamo non fare riferimento alla forte sindacalizzazione che il nostro Paese ha avuto negli anni ’70 per le rivendicazioni salariali tese ad una più equa redistribuzione del reddito. Cose sentite e giuste, ma che con l’andare del tempo hanno sovvertito l’equilibrio dei rapporti in un senso unico a favore del lavoratore, non comprendendo che il riconoscere a prescindere, una posizione predominante al lavoratore, in nome di un benessere dovuto per lo sviluppo sociale dei contesti proletari per la costituzione di una borghesia media sempre più forte, era ed è stato un errore grave per l’efficienza del nostro Paese. La scolarizzazione e la creazione di un accesso libero alle Università da parte di tutti ha sgretolato la classe operaia che era stata fondamentale nello sviluppo dell’Italia post guerra. Tutti all’università, senza prevedere una divisione del lavoro controllata come avviene in Germania, per un assorbimento sempre maggiore dei nuovi laureati all’interno del settore pubblico.

La teoria del benessere, che individua nella libertà dell’uomo dai vincoli del lavoro, l’elemento per poter esprimere il proprio essere in democrazia, ha creato una serie mostri che oggi difficilmente riusciremmo ad abbattere. I primi di tutti sono quelli dell’inefficienza e della deresponsabilizzazione dei lavoratori rispetto al ciclo produttivo e/o di erogazione dei servizi resi al proprio datore di lavoro. Ma si può arrivare a tanto, in nome del diritto al lavoro? Oggi il risultato di tutto ciò è che non si riesce ad arrivare a uno standard di produzione del prodotto italiano qualitativamente elevato nel settore privato soprattutto nella piccola impresa e, soprattutto aggiungerei, nel settore pubblico, dove non si riescono ad avere tempi certi per la erogazione delle autorizzazioni degli investimenti piccoli e grandi. E qui andiamo dalla più semplice autorizzazione al cosiddetto partenariato pubblico privato. In un sistema, infatti, dove i grandi investimenti seguono un regime vincolistico burocratico molto rilevante, questo problema della inefficienza realizza delle barriere all’entrata degli investimenti esteri che potrebbero essere la componente più importante del nostro sviluppo economico. Ed oggi vediamo che tutti i politici si riempiono la bocca dello sblocco di ingenti fondi finanziari da parte dei ministeri per grandi opere, ma il più delle volte le somme degli investimenti in questione arrivano almeno un lustro dopo, quando ormai forse l’opera è superata per la necessità originaria oppure obsoleta.

Oggi, quindi, il risultato di questa estensione massima del diritto al lavoro comporta una inefficienza globale del nostro Paese rispetto ai vincoli monetari introdotti a partire da Maastricht fino alla costituzione della Unione Europea. In stretto contrasto con la politica economica che si deve adottare per restare nei parametri che la cosiddetta Troika impone. Il mantenere tale atteggiamento da stato sociale soprattutto nel settore pubblico ha creato una risacca mortale per lo sviluppo economico-politico dell Italia, rappresentata dalla burocrazia che genera incertezza nei tempi degli investimenti di piccola media e grande taglia, bloccando quella che potrebbe essere una valvola di sfogo per la crescita diffusa del Bel paese. Quindi, un eccessivo garantismo per i lavoratori crea un fenomeno di inefficienza che genera al più una stagnazione in economia che non modifica il livello occupazionale e lascia intatto il bassissimo livello salariale attuale e soprattutto la disoccupazione. Tale fenomeno di decrescita e stagnazione ha chiaramente avuto effetti disastrosi per l’occupazione del settore privato, oltre all’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, anche se questo è un contesto socioeconomico che ben presto può trovare equilibrio con le competenze, poiché il peso contrattuale indotto dall’andamento economico la fa da padrone, come si suol dire.

Non individuare la responsabilità al raggiungimento degli obiettivi da raggiungere e, quindi, dare un riconoscimento egualitario a prescindere dai risultati a tutti lavoratori è il più grande errore che un sistema possa sociale possa prevedere. Un sistema, questo, che crea disoccupazione, decrescita e tutto ciò che ne consegue. E qui mi collego alle parole di un grande uomo del Sud, il procuratore della Repubblica di Catanzaro Gratteri, che dice, giustamente, che se non si attuano provvedimenti legislativi per limitare l’intrusione delle mafie nella Economia, questo stato di indigenza del Meridione d’Italia non si sconfigge. Il primo di tutti è quello che noi da tempo suggeriamo sulle sue testate e cioè un totale commissariamento degli enti locali, con l’inserimento delle opere pubbliche da realizzare nei comitati di ordine e sicurezza che si tengono presso le prefetture. Con un controllo totale delle delibere dei Comuni e di tutti gli atti, compreso il commissariamento dei responsabili del procedimento, che non rispondono in termini di tempo adeguati per i realizzatori delle stesse opere pubbliche, previsti peraltro dall’articolo 28 del primo decreto Salvini, poi abolito.

L’altro punto che si deve secondo noi aggiungere, ma questo per lo sviluppo di tutta l’Italia, è la distinzione salariale, in due macrovoci: una di base uguale per tutti secondo le differenze di anzianità etc, un’altra relativa agli obiettivi da raggiungere e quindi alla reintroduzione della efficienza. Non mi si venga a dire che ciò è già previsto dal nostro ordinamento, perché sarà anche così in parte, ma non è stato mai attuato perché il modo di attribuzione degli incentivi previsti è gestito tra colleghi e non da enti esterni. Solo incentivando effettivamente chi vuole lavorare si può risalire la china dell’efficienza e rientrare più facilmente nei parametri di spesa pubblica e soprattutto di sviluppo richiesti dall’Unione Europea. La politica di oggi è ferma su vecchie posizioni, non più difendibili dallo scenario economico attuale, e questo crea le derive movimentiste, tipo i 5 stelle, che poi alla prova del governo implodono per la mancanza di competenze assolute, o quella attuale delle sardine che possono ripercorrere lo stesso percorso fallimentare. Questo perché, come dice lo stesso Claudio Martelli, la sinistra è ferma su posizioni non più sostenibili e quindi o cambia o è destinata all’estinzione. La stessa non comprende, infatti, che spingere i benefici dei propri rappresentati non fa altro che portare il Paese verso la situazione in cui i detentori di capitale imperano senza se e senza ma. Ma, molto spesso, i dententori di questi capitali non appartengono alla vita civile. E questo, per ipocrisia, non si dice.

Gianpiero Falco,

delegato allo Sviluppo Regionale di Confapi Campania