La recensione.

di Angela Ariano.

Generazioni ed epoche che, piacciano o meno, affondano nel nostro Paese. Il film è un esplicito tributo a C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, di cui Muccino si è assicurato i diritti, ma se da un lato la ripresa del passato gli fornisce la spinta essenziale a esplorare una dimensione drammaturgicamente nuova, dall’altro rappresenta il forte limite del racconto, vittima dello spietato paragone con i suoi fratelli maggiori.

Quarant’anni di amicizia, dai ’70 fino ai giorni nostri, dai sogni giovanili fino alle rotture dell’età adulta, cadenzati dalle note di Nicola Piovani e cantati a squarciagola da Claudio Baglioni, autore del brano che dà il titolo al film, il dodicesimo di Gabriele Muccino.

Quattro amici che si confrontano per quasi mezzo secolo con le speranze, le illusioni, gli amori, i successi e i fallimenti e su uno sfondo di turbamenti, crisi e cambiamenti vissuti nel Paese nel corso di diverse epoche storiche.

Gli anni più belli sono quelli di Riccardo (Claudio Santamaria), aspirante critico nato tra gli ideali libertari di una famiglia di hippies, artisti senza talento convinti che prima o poi qualcuno si accorgerà di loro; Giulio (Pierfrancesco Favino), avvocato affermato cresciuto nella totale povertà e con la promessa di una vita migliore e di un riscatto sociale, ce la farà ma rimarrà sempre vittima di un irrefrenabile desiderio di riconoscimento. E poi Gemma (Micaela Ramazzotti) e Paolo (Kim Rossi Stuart), anime sole, l’immagine dell’amore che strugge, si rincorre, si perde e alla fine si ritrova. È, forse, il fil rouge che avrebbe meritato una trattazione più incisiva insieme a quel sapore di amarcord, che inizia a farsi strada solo nell’ultima parte del film.

Un riepilogo di tutti gli spasmodici slanci dei personaggi “mucciniani” e del loro vissuto nervoso, un’accozzaglia di luoghi comuni anacronistici e di dialoghi scialbi e scanditi da contenuti poveri: i soliti marchi di fabbrica di Muccino. Senza alcun approfondimento e con una elementare grammatica cinematografica, sullo sfondo si susseguono alcuni degli eventi più significativi di quegli anni che Muccino relega ad una manciata di immagini iconiche: la caduta del muro di Berlino, l’inchiesta giudiziaria “Mani Pulite”, la discesa in campo di Berlusconi, l’attacco alle Torri Gemelle, l’avanzare di una politica del cambiamento che porterà alla nascita del Movimento 5 stelle. Una narrazione che prende una piega diversa solo nella seconda parte e diventa vertiginosa e irrequieta e, a tratti, ritmata da un maggiore spessore emotivo.

Un affresco popolare che alla fine si lascia anche apprezzare ma complici le interpretazioni dei giovani attori e dei protagonisti, capaci di regalare a ciascun personaggio una straordinaria fragilità. Insomma un coacervo di citazioni e rimandi, un film sul tempo; se la prima parte fatica a trovare una propria direzione, è nell’accorato slancio finale, quello del ricordo, dei bilanci e delle consapevolezze, che il film commuove e trova una propria, seppur discutibile, compiutezza.