A sinistra i boss Luigi (sopra) e Salvatore Giuliano; a destra Mario Fabbrocino

Prima di iniziare a collaborare con la giustizia, il boss Salvatore Giuliano provò a riprendersi Forcella uccidendo Giuseppe Misso

L’ex boss Salvatore Giuliano voleva riconquistare Forcella, agli inizi degli anni Duemila, contando sull’appoggio dei Fabbrocino di San Giuseppe Vesuviano. È lo stesso esponente della storica famiglia malavitosa del centro storico, passato poi a collaborare con la giustizia, a raccontarlo ai pm antimafia di Napoli. “Di recente tra la fine del 2003 ed i primi mesi del 2004 sono stato io personalmente a cercare un contatto con l’organizzazione di Mario Fabbrocino”, si legge in un passaggio del verbale. “Nel febbraio 2003 fui scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare, ma mi fu imposto l’obbligo del divieto di soggiorno nei comuni della Campania; decisi pertanto di trasferirmi a Cassino, essendo questo un comune prossimo al confine campano. Tornato in libertà avevo l’obiettivo di riorganizzare il clan Giuliano, indebolitosi anche per la scelta dei miei fratelli di collaborare con la giustizia, facendo affidamento sull’appoggio dei mie cognati, Edoardo Bove, Gennaro Lauro e Biagio Saltalamacchia, nonché di mio cugino Ciro Giuliano”.

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L’idea – aggiunge Giuliano – era quella “di dar vita ad una sorta di ‘colpo di Stato’ a Forcella, estromettendo, uccidendolo, Giuseppe Misso e riappropriandomi del controllo della città e di Forcella in particolare. Il progetto fallì per una serie di motivi, tra cui il mio arresto, l’uccisione di Edoardo Bove, l’arresto di Salvatore Giuliano per l’omicidio di Durante Annalisa”. Poiché per realizzare “tale proposito” l’ex boss aveva bisogno “anche di appoggi esterni”, Giuliano decise di cominciare “a riallacciare i contatti con l’organizzazione di Mario Fabbrocino”. “Tali rapporti si collocano nell’arco di tempo che va tra la fine del 2003 ed i primi mesi del 2004, vale a dire fino a quando non sono stato poi arrestato”. Interlocutore, in quegli incontri, per conto della cosca di San Giuseppe Vesuviano era tale Domenico C.. I summit si tenevano a Cassino.

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“Erano presenti anche altre persone che lo accompagnavano, non ne ricordo i nomi ma ne avrò conosciuto almeno una ventina tra giovani e meno giovani (qualcuno aveva circa 50 anni); il particolare che mi colpì era che si trattava di persone vestite un po’ alla vecchia maniera… indossavano la coppola e lo chemisier (una specie di cappotto in lana che arriva all’altezza delle ginocchia), come si usava un tempo nei paesi”. Tra i soggetti citati nel verbale da Salvatore Giuliano, c’era anche tale “Gerardo, detto ‘o francese, in quanto ha sposato una donna francese e parla correntemente tale lingua. Quest’ultimo era un uomo di fiducia di C. anche se proveniente dalla zona di Serino, mi veniva presentato come killer dell’organizzazione”. Durante queste riunioni, aggiunge ancora il collaboratore di giustizia del gruppo di Forcella, “fu pianificata una serie e di progetti in vista di una collaborazione tra la mia e la loro organizzazione”.