Cesare Battisti e Luigi Moccia

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di Giancarlo Tommasone

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Tutto comincia nel primo pomeriggio del 4 ottobre del 1981, più di 37 anni fa. «Due giovani detenuti per reati comuni nel carcere di Frosinone sono evasi nel pomeriggio con l’ aiuto di alcuni complici armati di pistola. I due detenuti sono Cesare Battisti, di 26 anni, e Luigi Moccia, di 24. Secondo le prime informazioni, i due si sarebbero incontrati nella sala dei colloqui con i loro complici che, estratte le pistole, avrebbero obbligato gli agenti di custodia ad aprire i cancelli», batte l’Ansa a poche ore dall’evasione.

E’ l’inizio
della fuga
di Cesare Battisti,
condannato
all’ergastolo
per quattro omicidi
e trasferito,
stamattina,
nel carcere di Rebibbia,
dove comincerà
a scontare la sua pena

Con sei mesi di isolamento diurno: è attualmente recluso nel braccio di alta sicurezza riservato ai terroristi. L’ex esponente dei Pac (Proletari armati per il comunismo) è stato estradato in Italia dalla Bolivia, dove due giorni fa è stato arrestato dall’Interpol.

Quel pomeriggio del 1981, pochi minuti prima delle 14,
Battisti e Moccia si trovavano nel cortile per l’ora d’aria

Una donna si fece aprire, con un pretesto, il portone del carcere.  Dietro di lei entrarono tre uomini armati che costrinsero gli agenti di custodia a farsi da parte. I due detenuti si erano nel frattempo spostati vicino alla portineria. Uno dei tre uomini armati li chiamò, dicendo che era «tutto in ordine». I componenti del commando e i due detenuti salirono a bordo di una Alfa 1750 color rosso amaranto targata Napoli. Il gruppo lasciò il carcere, successivamente la vettura fu cambiata con un furgoncino.

Coprotagonista di quella evasione fu dunque Luigi Moccia, figlio del defunto capostipite Gennaro e di Anna Mazza (scomparsa il 25 settembre del 2017). Lo scorso dicembre, a quello che è considerato elemento apicale della famiglia di Afragola, è stato applicato il 41bis (il cosiddetto «carcere duro») su richiesta della Dda di Napoli. Luigi Moccia era stato arrestato il 23 gennaio del 2018 con l’accusa di associazione mafiosa. Tornando alla fuga dal carcere di Frosinone, per la magistratura si trattò di una evasione «politica»; secondo le risultanze investigative dell’epoca, Luigi Moccia avrebbe approfittato della circostanza e sarebbe poi scappato insieme a Battisti e ai componenti del commando che aveva fatto irruzione nel carcere. A distanza di poche ore dall’evasione le strade di Battisti e quella di Moccia si separarono.

La fuga di Moccia, dunque, non sarebbe stata prevista

Anche se restano molti dubbi, secondo gli inquirenti, circa gli appoggi forniti a Battisti per quell’evasione e non si escluse mai con certezza che la fuga del terrorista fosse stata «aiutata» tramite l’azione di organizzazioni camorristiche, che avrebbero avuto rapporti con ambienti dell’estremismo rosso sia campano che laziale. Circostanza, quest’ultima che invece nega Pietro Mutti, «Moccia non era previsto», dice oggi il 64enne. Ex Prima linea, fondatore dei Pac, è tra gli organizzatori del piano di fuga e tra i partecipanti al commando che fece evadere Battisti da Frosinone.

L’intervista rilasciata da Mutti al quotidiano «La Verità»

Proprio grazie alle accuse e alle dichiarazioni di Mutti, una volta passato a collaborare con la giustizia, è stata ricostruita la maggior parte dell’excursus criminale di Cesare Battisti. Il commando per la liberazione dell’esponente dei Pac era formato oltre che da Mutti, da Luigi Bergamin, Claudio Lavazza, Luca Frassinetti e Sonia Benedetti di Pl. «Ci facemmo aprire due cancelli e mi sembra che Battisti fosse già ad aspettarci sulle scale che portavano ai raggi dell’istituto. Con lui c’era anche un suo compagno di cella, un camorrista di nome Luigi Moccia. Siamo fuggiti con l’unica auto che avevamo perché Moccia non era previsto. Dopo pochi chilometri abbiamo mollato la macchina e siamo saliti su un furgoncino con cui abbiamo scollinato. Da lì abbiamo raggiunto a piedi una piccola stazione e siamo ritornati a Roma in treno», dichiara Pietro Mutti intervistato da Giacomo Amadori per il quotidiano «La Verità». «Mi sembra che (Battisti) fosse abbastanza tranquillo. Qualcuno, o Lavazza o Bergamin , gli diede un’arma, mentre io ho dato una pistola a Moccia anche se non ero molto convinto», ricorda Mutti.

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