Il luogo dell'omicidio del vicequestore Antonio Ammaturo e dell'agente Pasquale Paola

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di Giancarlo Tommasone

Le strada della camorra si è incrociata più volte con quella battuta da terroristi rossi e neri, attraverso strategie mai emerse nella loro nitidezza e dinamiche che riportano al periodo tra i più bui del nostro Paese: gli Anni di piombo. Lunedì scorso Stylo24 ha riportato i particolari della fuga del terrorista Cesare Battisti, quella verificatasi il 4 ottobre del 1981. La stessa che ha aperto all’ex componente dei Proletari armati per il comunismo la strada di una latitanza durata più di 37 anni, conclusasi pochi giorni fa con il suo arresto in Bolivia.

Battisti non fu il solo ad evadere
dal carcere di Frosinone
quel pomeriggio del 1981,
insieme a lui scappò
anche Luigi Moccia, considerato
ai vertici della famiglia di Afragola

Relativamente all’organizzazione della fuga, gli inquirenti hanno sempre propeso per l’ipotesi, poi diventata tesi, che il commando ebbe come obiettivo di liberazione, il solo Battisti e che Moccia si «aggregò» al gruppo, perché la sua evasione non era prevista. Ma oltre alla circostanza relativa alla vettura che caricò a bordo i due fuggitivi (un’Alfa 1750), auto che era targata Napoli (appunto), c’è altro su cui riflettere

Ad esempio, restano molti dubbi, espressi dagli stessi
inquirenti, circa gli appoggi forniti a Battisti per quell’evasione

Non si escluse mai con certezza che la fuga del terrorista fosse stata «aiutata» tramite l’azione di organizzazioni camorristiche, che avrebbero avuto rapporti con ambienti dell’estremismo rosso sia campano che laziale. Ma l’episodio appena descritto, non è l’unico punto di contatto tra camorra ed eversione sia rossa che nera. Basterebbe pensare, ad esempio alla strage del Rapido 904. Il treno diretto da Napoli a Milano, salta in aria il 23 dicembre del 1984 mentre percorre la Grande Galleria dell’Appennino, subito dopo aver lasciato la stazione di Vernio (Prato): 16 morti e 267 feriti.

Per quei fatti, ritenuti di matrice eversiva neofascista, in primo grado, viene condannato all’ergastolo Giuseppe Misso (all’anagrafe Missi), boss del Rione Sanità. Sia in Appello che in Cassazione i giudici però lo assolvono dall’accusa di strage, condannandolo solo per la detenzione di esplosivo. Stessa decisione viene presa anche nei confronti di Giulio Pirozzi e di Alfonso Galeota, quelli cioè del cosiddetto gruppo napoletano di Misso.

La strage del rapido 904, l’eversione
nera e il coinvolgimento della camorra

Il processo coinvolge anche Massimo Abbatangelo, ex deputato partenopeo del Msi-Destra nazionale che siede in Parlamento dal 1979 al 1994. La Corte, in ultima istanza, dunque, conferma che la consegna degli esplosivi da Abbatangelo a Misso non basta a provare il nesso con la strage. Lo stesso Abbatangelo – nel febbraio del 1994 – è assolto in Appello dall’accusa di strage, e condannato a sei anni per detenzione di armi ed esplosivo. Al riguardo c’è da sottolineare una circostanza: Giuseppe Misso, una volta passato a collaborare con la giustizia, non ha mai reso dichiarazioni né tanto meno confessioni relative alla strage del Rapido 904. Da un episodio legato all’eversione nera a quello di matrice Br: il rapimento Cirillo. E’ noto il coinvolgimento che in quella vicenda ebbe la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo.

Il sequestro Cirillo e il ruolo
di mediazione della Nco di Cutolo

La Nco giocò una parte fondamentale nella trattativa per la liberazione dell’ex assessore regionale caduto nelle mani dei brigatisti. I camorristi furono gli intermediari tra non meglio identificati «apparati dello Stato, politica, Servizi deviati», almeno così li ha sempre definiti Raffaele Cutolo, e i brigatisti. Su quella trattativa si trovò a indagare anche il vicequestore Antonio Ammaturo, che tra i primi intuì come la camorra avesse avuto un ruolo di primo piano nel caso Cirillo. Ammaturo, secondo la ricostruzione investigativa e le carte processuali, venne ucciso proprio per questo motivo.

Il delitto Ammaturo e la fuga del commando verso Forcella

Il commando Br entra in azione poco prima delle 17 del 15 luglio 1982, in Piazza Nicola Amore (nei pressi della casa di Ammaturo), a Napoli; insieme al vicequestore cade anche l’agente Pasquale Paola. Messo a segno il blitz, i brigatisti – circostanza da non sottovalutare – si dirigono, a bordo della Fiat 128 utilizzata per recarsi sul luogo dell’attentato, verso Forcella. La fuga si conclude poi a piedi, i sicari fanno perdere le proprie tracce, dileguandosi tra i vicoli del centro storico. Difficile pensare che un gruppo di uomini armati, in fuga, si siano diretti verso quello che allora era il «regno» super-sorvegliato di Luigi Giuliano, senza temere né incorrere nella risposta delle sentinelle del clan. Gli inquirenti non esclusero mai, con assoluta certezza, che proprio la camorra potesse aver offerto appoggio logistico al gruppo. Fatto sta che fa riflettere anche il contenuto di alcune dichiarazioni rese in aula dallo stesso Luigi Giuliano, passato poi a collaborare con la giustizia: io con le Brigate rosse, dopo l’omicidio di Antonio Ammaturo, ho fatto un casino.

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