Decesso dopo l'operazione, sei medici a giudizio (foto di repertorio)

Ottenere un risarcimento danni al termine di una causa intentata per un errore medico è diventato sempre più difficile. Secondo gli ultimi dati riportati da un articolo su ‘La Verità’ a firma della collega Alessia Pedrielli, infatti, il 95% dei procedimenti penali per lesioni personali colpose si conclude, dopo anni (una causa può durare fino a 5 anni, ma per ottenere il rimborso si parla di circa 9), con un proscioglimento, mentre le transazioni extragiudiziali, certamente più frequenti, finiscono per coprire di poco le spese legali sostenute da chi ha tentato quella che è a tutti gli effetti una vera e propria impresa.

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Ma, nonostante ciò, continuano a fiorire studi legali specializzati e agenzie che sollecitano i pazienti a chiedere astronomici risarcimenti, per un business di quasi 2 miliardi l’anno. Questo perché, a fronte di una spesa che varia tra i 30mila e i 50mila euro per intentare una causa civile con una richiesta da 100mila euro contro un medico o una struttura sanitaria, il legale viene, molto semplicemente, pagato lo stesso. E anche il tentativo di conciliazione resta un ottimo affare, in quanto l’avvocato può chiedere una cifra che si aggira intorno agli 8mila euro, cui vanno aggiunte le spese vive, che si aggirano intorno ai 3mila euro. allora le cause continuano a crescere, soprattutto al Sud, dove le cause intentate sono quasi la metà del totale (44,5%), mentre il Nord si ferma al 32,2% e il centro al 23,2.%, secondo i dati dell’Osservatorio Sanità, Ania, Marsh Risk Consulting.

Ecco perché gli specialisti veri del settore sono costretti a difendersi e prendere le distanze da questo fenomeno in continuo aumento. Così come una conseguenza di tutto ciò è che le compagnie siano sempre meno disponibili ad assicurare i camici bianchi. E questo perché ogni denuncia comporta spese elevate anche se alla fine il giudice darà torto ai malati.

Il primo step è l’invio di una diffida stragiudiziale dove l’interessato espone fatti oggetto della question e sostanzialmente segnala alla struttura la sua volontà di agire. Nel caso in cui la struttura non risponda, il cliente può depositare un ricorso e chiedere un accertamento tecnico preventivo relativo ai fatti segnalati, oppure rivolgersi a un consulente e chiedere l’avvio di un giudizio di merito. Quello deve essere accertato, stabilisce la legge, sono le «condizioni di salute del periziando, i danni riportati e, soprattutto, il collegamento causale tra la condotta della struttura sanitaria e i danni riportati dal paziente».

 

Prima di depositare la relazione tecnica il consulente tenta la conciliazione fra le parti: questo tipo di procedimento, infatti, deve essere sottoposto obbligatoriamente a questo istituto, disciplinato da un decreto legislativo del 2010, che dovrebbe alleggerire i carichi pendenti negli uffici giudiziari. Se la conciliazione non riesce, la relazione assumerà valore di prova documentale e ciascuna parte potrà chiederne l’acquisizione nel successivo giudizio di merito. Terminato l’iter obbligatorio del tentativo di conciliazione, se non si arriva a un accordo tra le parti, si passa allora al giudizio ordinario (che però allunga i tempi, e quindi anche le spese). Esso «prende avvio mediante la notifica di un atto di citazione e la successiva iscrizione a ruolo e si svolge come un normale giudizio civile e, pertanto, si conclude con un provvedimento di natura decisionale, con condanna alle spese della parte soccombente. La durata media del giudizio ordinario varia dai tre ai cinque anni».

Nel marzo 2017 è stata approvata la prima legge sulla responsabilità sanitaria: 18 articoli che dovrebbero preservare i medici rendendo più semplice ottenere risarcimenti da parte delle strutture sanitarie piuttosto che dai medici che ci lavorano. Per far valere i propri diritti con gli ospedali, infatti, il paziente ha più tempo (10 anni dal danno subìto) e ha un onere della prova in parte più leggero. Non serve dimostrare completamente il nesso di causa ed effetto, ma basta dimostrare di aver subìto il danno alla salute. Lo scopo della norma sarebbe tentare di contenere il fenomeno della «medicina difensiva», un contraccolpo dovuto all’eccessiva pressione che, di nuovo, il paziente finisce per pagare. Il dottore ha paura di essere denunciato e quindi evita interventi rischiosi, seppur necessari o, ancora più frequentemente, sottopone il paziente a una serie di esami evitabili e costosi, con l’intento esclusivo di tutelarsi da eventuali cause. Le pratiche dovute alla medicina preventiva generano spreco di 10 miliardi di euro all’anno.

 

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