Il racconto del pentito Salvatore Belviso: lo avremmo raggiunto e ucciso se non fossimo andati a schiantarci. Gli sparammo a distanza

Leggi la prima puntata

Così si vive e si rischia di morire a Castellammre di Stabia. Regno del clan D’Alessandro e di uno dei suoi più spietati esecutori d’ordini, Salvatore Belviso. Un passato da killer della cosca di Scanzano e da quasi dieci anni collaboratore di giustizia. E’ lui, infatti, a spiegare al pm Claudio Siracusa, il 17 novembre 2011, un episodio tra il comico e l’inquietante. Un episodio che rispecchia perfettamente il livello di crudeltà che raggiungono i camorristi quando si ritrovano una pistola in mano.

ad
Il pentito Salvatore Belviso

Il racconto di Belviso inizia nel bel mezzo di un agguato. “Mentre sparava, stava ancora sparando (si tratta di un suo complice, tale Alduccio) passò un mezzo… mi andai a girare e vidi questo Scarabeo 150, tipo vecchio”. I ricordi del collaboratore di giustizia sono nitidi. “Erano quasi le sette ed era il periodo in cui il sole ‘scurava’ tra le sette meno un quarto e le sette”. Il motorino, secondo il racconto di Belviso, “fece così: stava camminando, rallentò un po’ e guardò tutta la scena”. “Si fermò per un paio di secondi, guardò e poi accelerò a tutta manetta”. Belviso, capita la situazione, si mette all’inseguimento con il suo motorino. Ne nasce una folle corsa lungo le strade della zona conosciuta come Caparrina. A lui si aggiungono sia Raffaele (altro affiliato che stava partecipando all’agguato) che Renato Cavaliere, capozona di rango del clan D’Alessandro. “Mentre salivamo, ad una fontana, prima della scuola, rallentai un po’ e li aspettai”. “Ma che è? Che hai fatto?”, gli chiedono i due. “Che ho fatto? Quello ha visto tutto”, gli risponde Belviso. “Come ha visto?”. “Eh, andiamogli appresso”. Evidentemente per ucciderlo. E ci sarebbero realmente riusciti se non fosse stato che “era più veloe di noi quel mezzo… di ripresa era proprio forte lo Scarabeo 150…”

Arrivati all’altezza di Scanzano, i tre camorristi cercano di capire che cosa fare. E si parlano tra di loro. Distrazione fatale. “Ci furono quei cinque secondi e all’ultimo a tutto si schiantarono contro il bidone dell’immondizia di faccia”. Caddero sia Renato Cavaliere che l’altro centauro. “Andarono a terra”, continua a spiegare Belviso. Al che, mentre Renato Cavaliere urlava a Belviso “non lo dare retta, non lo dare retta…”, il futuro pentito – che nel frattempo aveva raggiunto i due infortunati – decise di abbatterlo con un un colpo a distanza. A sparare però non fu lui ma Cavaliere che gli strappò la pistola da mano. “Bom… bom… bom… gli diede tre o quattro botte a piedi… comunque colpì il carter… qualcosa… fece una scintilla pazzesca… alla fine, questo andò a terra ma poi si rialzò e scappò via”. Anche perché, impaurito dal rumore dell’impatto contro il cassetto dell’immondizia, “non ricordo se rallentò e si girò o rallentò solamente, si fermò e guardò dallo specchietto; comunque si fermò. Appena sentì sparare, cominciò a camminare ma una botta lo colpì; colpì però qualcosa perché fece una scintilla, forse la seconda botta colpì proprio lui, ma non so”.

E così, il testimone scomodo riuscì a scampare alla morte.

2-continua

Riproduzione Riservata