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Una serra per la coltivazione domestica della cannabis

Un dubbio che si cerca continuamente di sciogliere: coltivare le piantine di marijuana sul balcone è sempre reato? O la condanna si rischia solo quando la produzione sviluppa un determinato principio attivo drogante? Per sciogliere questo dubbio, data la presenza di correnti di pensiero contrastanti, gli ‘ermellini’ della III sezione penale hanno inviato alle Sezioni Unite – il massimo consesso giurisprudenziale dei magistrati – gli atti di un processo sulla coltivazione domestica di due piantine di ‘maria’.

L’imputato era stato condannato – dalla Corte di Appello di Napoli il 28 febbraio 2018 – a un anno di reclusione e tremila euro di multa, anche per la cessione gratuita di uno spinello a un minorenne. Ad avviso dei giudici napoletani, la coltivazione delle due piantine – una alta un metro e con diciotto rametti, l’altra poco più alta e con venti rametti – «in considerazione della loro avanzata fase di crescita» era da considerare un fatto illecito. Sulla materia, tra i giudici della Suprema Corte, ci sono, a grandi linee, due diversi modi di pensarla.

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Un primo indirizzo ritiene che «se gli arbusti sono prevedibilmente in grado di rendere, all’esito di un fisiologico processo di sviluppo, quantità significative di prodotto dotato di effetti droganti», il reato di illecita coltivazione si configura anche se la pianta non giunge a maturazione e anche se risulta l’assenza di principio attivo «ricavabile nell’immediatezza».

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Il secondo punto di vista invece ritiene che il giudice decide caso per caso, verificando di volta in volta «l’offensività della condotta ovvero l’idoneità della sostanza ricavata a produrre un effetto drogante rilevabile».

«Trattandosi di questione di diritto che ancora oggi costituisce motivo di contrasto in sede di legittimità», la III Sezione penale – ordinanza 35436, firmata dal presidente Luca Ramacci e dal relatore Aldo Aceto – ha inviato gli atti alle Sezioni Unite. Chiedendo di sciogliere «il seguente quesito di diritto»: «Se, ai fini della configurabilità del reato di coltivazione di piante stupefacenti, è sufficiente che la pianta sia idonea, per grado di maturazione, a produrre sostanza per il consumo, non rilevando la quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, ovvero se è necessario verificare anche che l’attività sia concretamente idonea a ledere la salute pubblica ed a favorire la circolazione della droga alimentandone il mercato».

Attesa
per la decisione
delle Sezioni Unite

Se anche le Sezioni Unite, presiedute dal Primo presidente Giovanni Mammone, riterranno sia arrivato il momento di adottare un ‘pensiero unico’ sulle piantine domestiche allora sarà fissata una apposita udienza dirimente.

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