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La legge non consente – per tutti i detenuti, compresi quelli al 41 bis “videoconferenze o videocolloqui”, ne’ tantomeno “colloqui visivi sui generis” quali quelli effettuati tramite un sistema skype ‘artigianale’, realizzato con un computer, un microfono e una connessione internet. Lo sottolinea la Cassazione, accogliendo il ricorso della Casa circondariale di Sassari, del Dap e del ministero della Giustizia contro la decisione del tribunale di sorveglianza sassarese di dare l’ok a “colloqui visivi periodici” tramite “videoconferenza” di un boss della ‘ndrangheta, sottoposto al regime di carcere duro, con il fratello, anch’egli detenuto. Il tribunale di sorveglianza poneva alla base della propria decisione “l’adeguamento costante e inevitabile”, imposto “dall’avanzare della tecnologia”, oltre al fatto che, nel caso in esame, il sistema indicato per i colloqui era un “banale videocollegamento”, una “specie di skype realizzabile con mezzi artigianali del tribunale” e che il colloquio “poteva essere immediatamente interrotto se l’operatore avesse riscontrato comunicazioni non consentite”.

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Viceversa, nel loro ricorso in Cassazione, il ministero e il vertice del carcere di Sassari rilevavano che il tribunale di sorveglianza “aveva inventato un nuovo istituto, il videocollegamento, che non offriva la minima garanzia di protezione degli interessi implicati della gestione di una detenzione al 41 bis”, e che la videoconferenza “e’ prevista dalla legislazione vigente all’esclusivo fine di permettere la partecipazione a distanza delle udienze dibattimentali”.

 

Anche la Suprema Corte ha seguito la linea del dicastero di via Arenula, annullando senza rinvio l’ordinanza del tribunale di sorveglianza di Sassari: “La legge – sottolinea la prima sezione penale del ‘Palazzaccio’ in una sentenza depositata oggi – fornisce un ‘percorso'”, con “colloqui personali in locali attrezzati” o “in mancanza, colloqui telefonici”, che “puo’ trovare applicazione” anche nel caso in cui “il familiare del detenuto in regime di 41 bis sia a sua volta detenuto” e “delimita con precisione il concetto di ‘colloquio’ cosi’ come quello di ‘corrispondenza telefonica'”.

Il tribunale di sorveglianza, secondo la Cassazione, e’ “superficiale”, quando parla di “adeguamento” all’“avanzare della tecnologia”: in questo ambito, si legge nella sentenza, “e’ compito del legislatore fornire le indicazioni vincolanti che sono dettate per i vari ambiti della vita penitenziaria”. Quindi, conclude la Corte, “dovra’ essere la legge o un regolamento a disciplinare la materia, stabilendo in che misura i colloqui telefonici consentiti dalle norme richiamate possano essere estesi a quelli videotelefonici, ovvero se i colloqui telefonici possano essere sostituiti da forme diverse di comunicazione a distanza anche visive rese possibili dal progresso tecnologico”.

 

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