martedì, Agosto 9, 2022
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Consip, la Cassazione annulla con rinvio la censura a Woodcock

Parzialmente accolto il ricorso.

Annullamento con rinvio della sentenza con cui la sezione disciplinare del Csm, nello scorso marzo, sanziono’ con la censura il pm di Napoli Henry John Woodcock per alcuni ‘virgolettati’ sul caso Consip contenuti in un articolo di ‘Repubblica’ dell’aprile 2017. Questa la decisione delle sezioni unite civili della Cassazione, che hanno accolto parzialmente il ricorso del magistrato. Gli atti, dunque, andranno di nuovo sottoposti al vaglio del ‘tribunale delle toghe’ di Palazzo dei Marescialli.

Con una sentenza depositata oggi – l’udienza pubblica e’ stata svolta il 5 novembre scorso e la procura generale della Cassazione aveva invece sollecitato il rigetto del ricorso del pm – le sezioni unite civili del ‘Palazzaccio’ rilevano che il verdetto della disciplinare “si sottrae alle critiche” relative a “vizi di motivazione”, avendo definito “la concretizzazione del comportamento gravemente scorretto, suscettibile di sanzione disciplinare”, in “armonia”, in particolare, con il principio che “impone al magistrato il dovere di leale collaborazione (tra gli altri) con i propri superiori, cui si pone in contrasto la condotta contestata ed accertata giudizialmente”.

Sul punto, pero’, della valutazione della “scarsa rilevanza del fatto”, osserva la Suprema Corte, la sentenza della disciplinare risulta incompleta. “La sezione disciplinare ha polarizzato la propria attenzione – si legge nella sentenza depositata oggi – sull’incidenza dell’illecito disciplinare in termini di ‘potenzialita’ lesiva dell’immagine di entrambi gli uffici giudiziari’ e comunque di ‘concreto e conseguente rischio di arrecare un danno all’immagine e al prestigio dello stesso ufficio giudiziario di appartenenza’, siccome derivanti dal contesto nel quale la grave scorrettezza era maturata (ossia quello del caso ‘Consip’ e, in particolare, dell’ipotizzato contrasto tra le procure di Roma e Napoli sulle attivita’ del capitano Scafarto)”. Una tale valutazione, rileva la Cassazione, “non esprime il necessario giudizio, da effettuarsi in concreto ‘ex post’, anzitutto sulla lesione di ‘non scarsa rilevanza’ del bene giuridico direttamente tutelato e, semmai, di quello dell’immagine del magistrato, rimenando su un piano di (non consentita) astrattezza nel postulare soltanto una potenziale (o un rischio di) lesione dell’immagine dell’ufficio giudiziario di appartenenza dell’incolpato (o finanche della procura della Repubblica presso il tribunale di Roma), senza dare contezza di cio’ che avrebbe sostanziato l’offesa non irrilevante ai beni giuridici implicati”.

Alla luce di cio’, la Corte ha accolto alcuni motivi del ricorso di Woodcock, in particolare le “censure” che “insistono sull’assenza di una verifica in concreto sulla sussistenza dell’esimente, adducendo, tra l’altro, che la sentenza impugnata non avrebbe considerato che alcuna ‘frattura interna fra i magistrati coinvolti in quelle vicende’ si era determinata, che non era apprezzabile, quale diretta conseguenza della condotta illecita, alcuna lesione effettiva dell’immagine dei dirigenti della procura di Roma, ne’ tantomeno quella di Napoli, ne’, ancor prima, dell’immagine dell’incolpato, nei confronti del quale era, peraltro, rimasta immutata la stime dei colleghi e dei collaboratori (tanto che, successivamente, il procuratore capo Melillo gli aveva affidato il settore dei reati contro la P.a.)”.

La sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli, dunque, dovra’ ora riprendere in mano il procedimento per “provvedere a delibare” sulla base dei principi e dei rilievi della Cassazione “la sussistenza o meno dell’esimente” relativa alla “scarsa rilevanza del fatto”. Nel processo disciplinare davanti al Csm, Woodcock era stato assolto dalla contestazione di aver violato i doveri di “imparzialita’, correttezza e diligenza”, per le modalita’ in cui, il 21 dicembre 2016, venne svolto l’interrogatorio di Filippo Vannoni, all’epoca consigliere economico di Palazzo Chigi, sentito come persona informata sui fatti e non come indagato, dunque senza l’assistenza di un difensore. Tale assoluzione resta ferma, perche’ gia’ passata in giudicato, dato che non e’ stata impugnata davanti alle sezioni unite.

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