La morte del cooperante delle Nazioni Unite Mario Paciolla, il cui cadavere è stato rinvenuto lo scorso 15 luglio a San Vicente del Caguan, nella provincia colombiana di Caquetà, non cessa di sollevare incognite sulle circostanze del decesso, avvenuto in un luogo noto come nodo nevralgico della rotta del narcotraffico e dei complicati scenari che si sono aperti dopo la firma degli accordi di pace, a fine 2016, tra il governo dell'allora presidente Juan Manuel Santos e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc). Sul territorio si concentrano alcuni settori dei "dissidenti" delle Farc, parte della guerriglia che non ha rinunciato alle armi e che ora contende il controllo del territorio con altre organizzazioni criminali, con una lotta che mette sotto pressione le popolazioni locali. D'altra parte, a chi ha deciso di lasciare l'azione armata, e ai loro familiari, viene offerto un percorso di reinserimento graduale nella società. E la verifica di questo percorso è proprio uno dei compiti della missione cui Paciolla collaborava. La provincia di Caquetà è d'altro canto un luogo altamente simbolico per il lungo e difficile percorso di dialogo che ha portato alla firma del'intesa che, almeno ufficialmente fine a un conflitto durante oltre 50 anni. San Vicente del Caguàn, circa 70 mila abitanti radunati in una delle porte d'accesso all'Amazzonia, è infatti da molti colombiani associata al primo e fallimentare tentativo di pace tra le parti: era il 1998 e il governo dell'allora presidente Andres Pastrana decise di creare una zona demilitarizzata che avrebbe fatto da teatro sicuro per i dialoghi tra la guerriglia e le forze di sicurezza. Circa 42 mila chilometri quadrati, ricordati con il nome di "Zona di distensione de San Vicente de Caguan", da cui i militari si sarebbero dovuti tenere al largo per incentivare le speranze di porre fine al conflitto pluridecennale. La decisione non piacque ai vertici politici e militari delle Forze armate che hanno accusato le Farc di usare il tempo della "tregua" locale, ben più lunga degli iniziali tre mesi, per recuperare le forze, riarmarsi e rifinanziare le proprie attività. La guerriglia da parte sua accusava il governo di non agire contro le formazioni paramilitari, nate per contrastare sul territorio le stesse Farc e divenute nel tempo protagonisti di molte azioni violente. L'intero processo, costellato di incidenti di vario generi, finì nel 2002, con decisione dello stesso Pastrana. San Vicente del Caguan è stato anche il luogo in cui durante la campagna elettorale del 2002 fu sequestrata la candidata alla presidenza del piccolo Partido Verde Oxigeno, Ingrid Betancourt. La franco-colombiana si era recata nella ex zona smilitarizzata per sostenere il sindaco di San Vicente del Caguàn, membro del suo stesso partito. L'esercito aveva però appena riconquistato l'area, che non era ancora sicura. In questo contesto Ingrid Betancourt, insieme alla sua candidata alla vicepresidenza Clara Rojas, viene rapita dalle Farc, per essere liberata più di sei anni dopo. Ancora oggi, a quasi quattro anni dalla firma dell?accordo di pace, il territorio resta instabile, così come altri dipartimenti della Colombia. Nella zona operano, tra gli altri, le strutture 40 e settima della dissidenza delle Farc. Lo scorso mese di giugno l?esercito denunciava la morte di sei militari in un assalto nel vicino municipio di La Macarena, un altro luogo strategico per il controllo dei traffici illeciti. Secondo le forze armate l?attacco sarebbe stata una rappresaglia per le operazioni di eradicazione manuale delle coltivazioni illecite in corso nella zona. Si tratta di uno dei punti più delicati contenuti nel testo dell?accordo di pace de L?Avana, che prevede, tra le altre cose, l?avvio di un programma nazionale di sostituzione delle coltivazioni illecite come parte del piano di riforma rurale integrale, pensato per dare alternative alle famiglie che basano il loro sostentamento su questo tipo di colture, su cui si concentrano gli interessi e le rivalità dei gruppi armati presenti sul territorio. Il dipartimento di Coquetà, spiega Elizabeth Dickinson, analista di Crisis Group, è stata una delle zone in cui le Farc hanno iniziato il processo di smobilitazione nel 2017. ?Con l?inizio del processo la situazione della sicurezza era nettamente migliorata e all?inizio del percorso, Caquetà rappresentava una delle storie di successo del processo di implementazione dell?accordo?. Nell?ultimo anno tuttavia, spiega la studiosa, si è assistito a un deterioramento della situazione dovuto in particolare alle dinamiche dell?economia della coca e alle crescenti minacce nei confronti degli ex combattenti delle Farc. ?I ritardi nell?implementazione del programma di sostituzione delle coltivazioni di coca hanno lasciato molte famiglie locali senza il sostegno promesso dal governo, esponendo queste comunità alla pressione dei gruppi armati, tra cui i dissidenti delle Farc, che le spingono a coltivare coca". L?altro aspetto critico, prosegue la ricercatrice, riguarda il processo di smobilitazione delle Farc. ?Quando i primi dissidenti hanno iniziato a fare la loro comparsa hanno fatto molta pressione sugli ex combattenti e questo sta avvenendo in tutto il paese?. Secondo stime aggiornate al 1 luglio almeno 214 ex combattenti delle Farc sono stati assassinati dalla firma dell?accordo di pace con il governo nel 2016.

Alcuni agenti avrebbero ostacolato le indagini sul cooperante napoletano trovato morto il 15 luglio nel suo appartamento

Dopo 2 settimane qualcosa inizia a muoversi nel caso Paciolla. Alcuni poliziotti colombiani sono finiti sotto inchiesta della procura locale perché avrebbero ostacolato le indagini sul cooperante italiano trovato morto il 15 luglio nel suo appartamento. Un primo segnale, in attesa che arrivino i risultati dell’autopsia, forse nei prossimi giorni, per chiarire i contorni della sua morte. Mentre il governo italiano insiste nel pressing con Bogotà per ottenere “verità e giustizia“, con una telefonata tra il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e la sua omologa.

Mario Carmine Paciolla, 33 anni, napoletano, collaborava con le Nazione Unite in Colombia per un progetto di pacificazione interna tra governo locale ed ex ribelli delle Farc e di riqualificazione di aree utilizzate dal narcotraffico. Trovato morto nel suo appartamento a San Vicente del Caguan in circostanze poco chiare, la polizia ha ipotizzato un suicidio, pista giudicata poco credibile in Italia. Adesso però è venuto alla luce che le prime indagini condotte nell’appartamento potrebbero essere state condotte in modo inappropriato. La procura generale colombiana, infatti, ha indagato gli agenti della polizia criminale (Sijin). L’ipotesi di reato è “ostruzione alla giustizia” perché i poliziotti, all’indomani del ritrovamento del corpo, permisero ad un’unità dell’Onu di prelevare tutti gli effetti personali ed alterare il luogo centrale delle indagini per risalire alle cause del decesso. In questo modo, denuncia la giornalista Claudia Julieta Duque, amica di Paciolla, l’appartamento del cooperante italiano non è stato protetto.

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Dall’abitazione, inoltre, risulta che furono prelevati oltre otto milioni di pesos (1.820 euro), carte di credito, passaporti, una macchina fotografica, materiale informatico, varie agende, ricevute e numerose fotografie. La giornalista, che scrive per El Espectador, segnala poi che all’autopsia del cadavere di Paciolla partecipò anche il capo della missione medica locale dell’Onu, nonostante non fosse un anatomopatologo. Inoltre, il capo della missione di verifica delle Nazioni Unite si è rifiutato di rispondere a diverse domande riguardanti le azioni svolte dal personale alle sue dipendenze. C’è in particolare mistero sull’ultima telefonata che Paciolla fece la notte del 14 luglio, poche ore prima di morire, con il responsabile della sicurezza dell’Onu a San Vicente. Che adesso la procura vuole sentire in merito.

Sul comportamento adottato dai funzionari dell’Onu in Colombia anche l’Italia si aspetta delle risposte chiare. Lo ha ribadito il ministro Di Maio, spiegando che chiederà alle Nazioni Unite “massima trasparenza non solo nelle informazioni, ma anche nell’indagine aperta internamente“. Anche valutando l’ipotesi dell’invio di “personale dedicato in Colombia per un’indagine-ispezione“, ha aggiunto il ministro, che nel corso di una telefonata con la collega di Bogotà, ha ribadito “l’estrema importanza di questa vicenda” per l’Italia. In attesa dell’esito dell’autopsia “per avere un quadro più chiaro e agire di conseguenza“.
Sull’autopsia i risultati potrebbero arrivare in settimana, ha riferito il legale della famiglia, aggiungendo tuttavia che le cause delle morti violente in Colombia vengono solitamente risolte dopo molto tempo, dato che le autorità giudiziarie debbono valutare a fondo tutte le ipotesi e stabilire con certezza l’accaduto.

Per questa vicenda in Italia è stato evocato il caso Regeni. Non soltanto da persone vicine a Paciolla, ma anche da 30 parlamentari, che hanno chiesto a Di Maio di respingere verità di comodo. Per il ministro, tuttavia, “non è questa la fase per fare previsioni o altro, adesso bisogna essere proattivi intensificare il livello di collaborazione tra i due paesi“. E “lavorare senza sosta per avere verità e giustizia”.

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