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Al centro dell’inchiesta la lottizzazione dell’area di Livenzuola, che una volta comprendeva un campo sportivo e che si estende fino a Piazza Dancalia.

Il prossimo 7 novembre potrebbe rappresentare una data (a suo modo) storica per il Veneto: quella del primo scioglimento di un Comune per mafia. Tutto dipende dai contenuti della relazione del commissario prefettizio, Vittorio Zappalorto che insieme ai sub commissari Gianpaola Modolo e Nicoletta Zamborlini, indaga da sei mesi sui presunti illeciti registrati a Eraclea, centro costiero della provincia di Venezia. La relazione finirà sulla scrivania del prefetto della città lagunare che avrà due strade davanti: decretare lo scioglimento, appunto, oppure indire nuove elezioni. La commissione è stata chiamata a guidare il Comune (13mila abitanti) dopo l’operazione scattata lo scorso febbraio. Tra gli arrestati, anche il sindaco di Eraclea, Mirco Mestre (centrodestra), che risponde del reato di voto di scambio. Politica inquinata dalla camorra, secondo gli inquirenti.

Mirco Mestre

Il clan dei Casalesi si sarebbe profondamente infiltrato nel tessuto economico, imprenditoriale, e amministrativo del Veneto orientale. Parliamo del ricco Nord-Est, considerato tra i propulsori della Penisola. Sono 81 i voti che nel 2016, hanno portato alla vittoria di Mestre sul suo avversario, l’uscente Giorgio Talon (espressione del centrosinistra). Uno scarto favorevole, ipotizzano i magistrati, ottenuto anche grazie a un pacchetto di voti messo a disposizione dalla camorra. In cambio di cosa? Di autorizzazioni a costruire e affidamento di appalti, naturalmente. Ed è per questo, per comprendere se ancora oggi, a Eraclea, siano al lavoro ditte sospette, Zappalorto ha passato ai raggi X un lungo periodo di attività amministrativa e di presunti contatti che sarebbero stati imbastiti tra alcuni esponenti politici locali e il vertice del gruppo malavitoso, Luciano Donadio, 53enne imprenditore edile originario di Casal di Principe e trapiantato in Veneto. Nel 2006 Donadio aveva patteggiato una pena a un anno e otto mesi di carcere per il reato di usura. Sotto la lente sono finite proprio le attività, legate all’edilizia, del presunto terminale dei Casalesi.

Al centro dell’inchiesta la lottizzazione dell’area di Livenzuola, che una volta comprendeva un campo sportivo e che si estende fino a Piazza Dancalia. Su quella porzione di territorio, secondo un piano di riqualificazione approvato dalla Giunta Talon, sorgeranno un condominio di 11 piani con annesso centro commerciale e un complesso abitativo di ben 52 appartamenti. Un affare da svariati milioni di euro, in cui si teme, sia entrata la camorra. Anche perché ci sono molti sospetti rispetto alla tempistica del licenziamento del progetto, che ha dato poi avvio alla fase esecutiva. Dopo appena un paio di giorni dall’arresto di Mestre, il piano è adottato definitivamente, dal vicesindaco di Eraclea, Graziano Teso (parte integrante della Giunta Mestre). C’è di più. I lavori sono affidati a due imprese: Perla Verde srl (nella quale sono confluite le società Costruendo srl e Casa Quattro) e Gi Costruzioni. Consigliere di Perla Verde è Renato Rizzetto, padre di Riccardo. Quest’ultimo, ai tempi della Giunta Talon è presidente della Commissione consiliare all’Urbanistica che dà parere favorevole al concorso di idee, quello della lottizzazione. A questa singolare coincidenza, se ne aggiunge un’altra: la Gi Costruzioni (partecipata della Gi Patrimonio) ha di recente acquistato un immobile, che si trova proprio di fronte al centro scommesse (poi sequestrato) gestito dal figlio di Luciano Donadio. E poi, va sottolineato, che la Gi Patrimonio possiede una palazzina, proprio adiacente all’edificio che ospita il centro di scommesse. Nello stabile in Piazza Garibaldi abitavano quattro delle persone finite in arresto a febbraio scorso: provengono da Napoli, Aversa e Afragola e sono considerate vicine all’organizzazione guidata da Donadio. Coincidenze? Lo stabilirà la magistratura.

Le accuse

L’operazione, una delle più eclatanti condotte nel Nord-Est ha fatto emergere il radicamento della malavita organizzata nel Veneto. Accuse a vario titolo per voto di scambio, associazione mafiosa e altri gravi reati. Gli arresti sono stati eseguiti a Eraclea, a Casal di Principe, e presso altre località del Veneziano. Secondo gli inquirenti, il clan dei Casalesi avrebbe nel tempo, sostituito nelle attività illecite la mala del Brenta, quella guidata per anni da Felice Maniero, oggi tornato in carcere per maltrattamenti alla moglie. Uno dei filoni dell’inchiesta è incentrato sulle costruzioni da realizzare sulla costa adriatica veneziana, segmento economico che da sempre fa gola alle organizzazioni malavitose considerato che, inoltre, la riviera Eracleamare è la prima e unica località turistica italiana ad aver raggiunto un sistema di ecocompatibilità totale.

I magistrati della Dda nell’ordinanza relativa all’inchiesta in oggetto, tengono a sottolineare come la camorra (Casalesi e Alleanza di Secondigliano) in Veneto, ormai non fa più registrare azioni episodiche, ma va considerata pienamente inserita nel tessuto sociale. Accanto alla camorra si muovono anche la mafia siciliana e la ’Ndrangheta. Interessi del clan Lo Piccolo sono emersi nel Veneziano, con un investimento immobiliare a Chioggia di otto milioni di euro. A Padova e nelle province del capoluogo lagunare, invece camorra e ’ndrine calabresi si sono inserite nell’affare legato al by-night. E mentre la ’Ndrangheta ha il monopolio degli stupefacenti, napoletani e casertani si dedicano in particolar modo a estorsioni, usura e vendita di prodotti contraffatti, su larga scala. Il Veneto rischia davvero di essere infiltrato in maniera sempre più massiccia dalla criminalità organizzata, e di finire nelle stesse condizioni in cui versano Lombardia e Piemonte. La prima delle citate regioni conta al momento la presenza di ben 27 locali di mala calabrese. Tra essi spicca quello di Corsico, che secondo gli inquirenti, è controllato dal gruppo Barbaro-Papalia di Platì. Il settore economico portante dell’economia della ’Ndrangheta è rappresentato dal traffico di stupefacenti, i cui proventi vengono poi reinvestiti nell’usura e in aziende all’apparenza legali.

arresti clan

Stessa scenario in Piemonte, dove secondo informative di polizia giudiziaria, la presenza della criminalità organizzata è così radicata tanto da essere passata da «calabrese a piemontese a tutti gli effetti». E si attesta principalmente con 9 locali di ‘Ndrangheta, diventata ormai organizzazione autoctona. Come riportato dal nostro giornale, il giro d’affari complessivo delle cosche calabresi al nord sfiora i 44 miliardi di euro su un fatturato presunto di 55 miliardi. Merito (o colpa, dipende dai punti di vista) del gigantesco mercato del riciclaggio di denaro sporco proveniente dal narcotraffico. Solo per dire della Lombardia, il III Reparto operazioni del Comando generale della Guardia di finanza ha indicato in 313 gli «alert» nella sola Lombardia. E non è un caso allora che un camorrista di Eraclea dice al telefono, intercettato: «Oggi per fare il mafioso devi essere un mafioso tecnico, devi essere potente, imprenditore».

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