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di Giancarlo Tommasone

Il nome di Pippo Calò cominciò a emergere e a diventare noto solo a partire dal 1984, grazie alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, anche se per la camorra campana, o meglio per i mafiosi Nuvoletta e per i Casalesi, il cassiere di Cosa Nostra era un personaggio tutt’altro che misterioso.
Come certamente chiaro ad ambienti della camorra era il suo ruolo, in merito al caso Calvi e all’omicidio di Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando. Lo dicono le sentenze e le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, quelli una volta attivi nelle fila di camorra e mafia.

Calò si era spostato nella Capitale all’inizio degli anni Settanta,
perché era qui che avvenivano le cose, giravano i soldi,
si tiravano su palazzine, e poi, perché a Roma c’è la politica.

Quando il giudice Ferdinando Imposimato comincia a indagare sulla banda della Magliana, sul delitto Moro e sugli intrighi retrostanti, è vicino anche a scoprire chi si nasconde dietro l’alias di Mario Aglialoro. È la falsa identità, attraverso la quale Pippo Calò investe in bene immobiliari e ricicla il denaro delle cosche siciliane, di quelle che fanno parte dello schieramento dei corleonesi.

Nello stesso tempo, però, Calò si lega anche alla banda
della Magliana, all’estrema destra e ad ambienti della finanza,
in particolare a Flavio Carboni e a Ernesto Diotallevi.

E allora tornando all’inchiesta di Imposimato, c’è da sottolineare che il giudice è originario di Maddaloni. Non riuscendolo a colpire direttamente e provando comunque a farlo recedere dal suo obiettivo, la mafia, e in particolare Calò decide di uccidere il fratello, Franco Imposimato.
«Pippo Calò, siciliano, capo della famiglia di Porta Nuova, voleva bloccare (l’inchiesta) a tutti i costi, temendo che attraverso essa venisse scoperta la rete di affari illeciti intrecciata a Roma e in Sardegna, sotto il nome di “Mario Aglialoro” e “Salamandra”.
Per colpire il giudice si era dovuto ripiegare sull’uccisione del fratello Francesco», è scritto nella sentenza della Cassazione emessa il 30 maggio del 2002. Calò dunque passa l’ordine a Lorenzo Nuvoletta, che a sua volta si rivolge a Vincenzo Lubrano (boss di Pignataro Maggiore), il quale poi affida l’esecuzione materiale del delitto a Antonio Abate e a Raffaele Ligato.
Del resto, i Casalesi accettano di eseguire la sentenza di morte, anche perché l’impegno di Franco Imposimato nel settore dell’ambiente (in particolare per la vicenda delle case abusive a Maddaloni) va a scontrarsi con gli interessi della camorra.

Il fratello del giudice Imposimato viene ucciso
l’undici ottobre del 1983, 35 anni fa.

«Eravamo a conoscenza del ruolo di Pippo Calò, ancor prima che Buscetta ne facesse il nome. Mi dissero che c’era lui dietro l’omicidio di Franco Imposimato; appresi tale circostanza poco dopo che avvenne il delitto, me ne parlò Antonio Bardellino», ha dichiarato il collaboratore di giustizia Carmine Alfieri.

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