Ventidue misure cautelari e sequestri per oltre due milioni di euro. Nel mirino la nuova rete economica della fazione Russo-Schiavone.
Casalesi 2.0, il business passava da turismo e gioco
Il clan dei Casalesi cambia pelle, ma non il metodo. L’ultima inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli ricostruisce un’organizzazione capace di reinvestire i proventi di droga ed estorsioni in lidi balneari, bar, case vacanza e sale scommesse, sfruttando anche strumenti di pagamento digitali per aggirare i controlli.
Il blitz ha portato all’esecuzione di 22 misure cautelari nell’ambito di un’indagine che coinvolge complessivamente 39 persone. Dodici indagati sono finiti in carcere. Al centro dell’inchiesta Costantino e Nohak Russo, figli dello storico boss Giuseppe Russo, detto “il Padrino”, ritenuti dagli investigatori tra i protagonisti della nuova gestione della fazione Russo-Schiavone.
Carte digitali e società per ripulire il denaro
Secondo la Dda, il gruppo avrebbe costruito un sistema di riciclaggio fondato su conti digitali e carte prepagate dei circuiti Mooney e N26, utilizzati per alimentare il giro delle scommesse e movimentare denaro proveniente dalle attività illecite.
Nel patrimonio sequestrato figurano quattordici società, tra cui tre bar, uno stabilimento balneare, una piscina con bar, una pizzetteria e una sala scommesse, oltre a immobili, auto e moto per un valore superiore a due milioni di euro. Tra le attività finite sotto sequestro anche il Bar Miramare, il Nereo Luxury Club e il Conca Beach sul litorale domizio.
Le minacce agli scommettitori indebitati
Le intercettazioni raccontano che, dietro la gestione degli affari, restava il ricorso alle intimidazioni. Nel mirino finivano soprattutto gli scommettitori che avevano accumulato debiti. «Vengo ora a Napoli, non mi interessa proprio. I 700 euro me li devi dare per stasera», diceva Costantino Russo in una conversazione. In un’altra ordinava: «Chiamalo e digli che gli faccio saltare tutte le zanne dalla bocca».
L’inchiesta, coordinata dalla Dda e illustrata dal procuratore Nicola Gratteri insieme all’aggiunto Michele Del Prete, contesta, tra gli altri, i reati di associazione mafiosa, riciclaggio, autoriciclaggio, estorsione e intestazione fittizia di beni aggravati dal metodo mafioso.

















