Maurizio De Giovanni, e nel riquadro, Ugo Russo

Il manifesto di scrittori, artisti e politici che scendono in campo per tutelare il murale del baby-rapinatore ucciso e che dimenticano la guerra di De Luca all’istruzione in Campania

di Giancarlo Tommasone

In effetti ci mancava proprio il parere di Maurizio De Giovanni, scrittore di successo che interviene praticamente su qualsiasi argomento: dal Napoli a Pino Daniele, passando dall’endorsement dell’ex presidente dell’Authority, Pietro Spirito, e approdando infine, alla discussione del momento, quella sul murale di Piazzetta Parrocchiella, ai Quartieri Spagnoli. De Giovanni, infatti, è tra i firmatari del manifesto stilato dal comitato Verità e Giustizia per Ugo Russo – di cui fanno parte tra gli altri, Luca Zulu Persico dei 99 Posse, e Maurizio Braucci, sceneggiatore di Gomorra – che si batte per mantenere in città la gigantografia realizzata in memoria del 15enne.

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Russo è stato ucciso lo scorso primo marzo, da un carabiniere libero dal servizio, mentre il giovanissimo stava portando a termine un colpo, la rapina di un Rolex, ai danni del militare. Una premessa: lungi da noi, il voler giudicare il comportamento di un ragazzo, certamente prodotto e vittima del complesso background culturale e sociale che lo circondava; ma va pure detto che Ugo è morto in seguito a una scelta, quella di imboccare la strada della criminalità. Scelta, che invece, nonostante la provenienza da realtà complicate, non hanno fatto suoi coetanei partenopei.

Fatta la necessaria premessa, torniamo alla discesa in campo di De Giovanni, uomo di lettere, da cui si saremmo aspettati anche la richiesta di verità e giustizia per le centinaia di migliaia di studenti a cui a Napoli (capoluogo della terza regione in Italia, per dispersione scolastica) da mesi viene negato il diritto all’istruzione, alla presenza tra i banchi. Il papà dell’ispettore Ricciardi – lui, che ribadiamo, interviene su tutto – su questa  criticità, è rimasto praticamente silente e passivo.

E vorremmo dirgli che la scuola è il primo drappello di legalità, la dimensione prossima che può salvare anime dalla malavita, forse più di quanto ne salvano la Chiesa, lo sport, e sicuramente più di quanto ne salva la politica, di destra o di sinistra che sia. C’è poi da fare allo scrittore, un altro appunto. Lui certe cose le dovrebbe sapere. Vediamo la sua dichiarazione resa al quotidiano la Repubblica di oggi. «Non c’è nessuna santificazione – afferma – da parte nostra, per me è corretto chiedere giustizia e verità per l’omicidio di un ragazzo ucciso con 5 colpi di pistola e uno alla nuca». De Giovanni dovrebbe sapere bene che c’è non c’è ancora un processo, che stabilirà la dinamica dei fatti, e suona assolutamente fuorviante quell’«uno alla nuca».

Il carabiniere, ci sembra, non è stato ancora condannato, la dinamica di quanto accaduto è al vaglio, come vanno stabiliti traiettoria dei proiettili, causa certa che ha innescato la reazione del militare, e posizione del corpo di Russo quando è stato attinto dai colpi. E questo, De Giovanni, autore di noir di successo, – ribadiamo – lo dovrebbe sapere bene, dovrebbe sapere bene che la condanna arriva dopo la sentenza della magistratura. Non attraverso le ipotesi investigative di uno scrittore, fosse pure Conan Doyle.

E poi, anche noi di Stylo24, come la stragrande maggioranza dei partenopei, vogliamo verità e giustizia, ma la invochiamo pure per chi si ammazza di fatica ogni giorno, per chi cade sul posto di lavoro schiacciato da un carrello, per chi ogni volta si trova a essere vittima del sistema. Al riguardo va sottolineato, che tra i firmatari del manifesto per salvare Ugo Russo c’è anche il presidente del Consiglio comunale di Napoli, Sandro Fucito. Anche lui cerca Verità e Giustizia, e fa parte di una amministrazione, quella di Napoli, che in oltre tre anni, non ha organizzato una manifestazione, una riunione in assemblea, né ha redatto il più breve dei  documenti per chiedersi e chiedere che fine hanno fatto i tre partenopei scomparsi in Messico.

Ricordiamo i loro nomi perché molti, questa vicenda, l’hanno dimenticata, dedicandosi a fenomeni di discussione su una criminalità decisamente più pop, come è il caso di Ugo Russo. Dunque, dal 31 gennaio del 2018, non si hanno più notizie di Raffaele e Antonio Russo, e di Vincenzo Cimmino. Ci fosse stato qualcuno che a Palazzo San Giacomo, come in Consiglio, abbia messo una pezza che sia una, per chiedere verità e giustizia sui tre desaparecidos. Tornando poi a Ugo Russo, c’è sempre da riflettere profondamente, quando una giovane vita è stroncata nel modo in cui è accaduto per il 15enne. Ma bisognerebbe farlo anche a priori, quando si può prevenire, e non intervenire sulla opportunità o meno di un murale, che tra l’altro rischia di far considerare, a pieno titolo, Napoli alla stregua di luoghi in cui le gigantografie dei criminali fanno mostra di sé, come nelle favelas brasiliane, piuttosto che nei barrios degradati di Buenos Aires o di Lima.

Certo, la cosa di far somigliare sempre più la nostra città a Gomorra, fa il gioco di chi, magari deve vendere libri o produce serie televisive, danneggia invece tutto il popolo partenopeo. E’ vero, la morte di Ugo Russo è una sconfitta, anche di chi non ha saputo né voluto ascoltare l’allarme, o di chi ha creduto meglio far emergere qualcosa di estremamente lontano dalla verità dei fatti, quando c’è stata la denuncia.

Stylo24 è stato il primo quotidiano, in solitaria, ad accendere i riflettori sui pericoli a cui sono esposti bambini e giovanissimi ragazzi di Napoli, che invece di essere seguiti, di essere mandati a scuola, si preferisce, ad esempio, far immortalare armi in pugno (non importa se repliche o meno di pistole e coltelli veri), a testimonianza della baby-gang della Parrocchiella. Quando il nostro quotidiano – il 16 gennaio del 2018 – ha sollevato il caso a livello nazionale, pubblicando la ormai famosa foto, ha sottolineato: «Crediamo alla buona fede di anime innocenti. Sappiamo che sono bimbi e non hanno colpe, forse. Colpa sicuramente ce l’ha chi commenta la foto, sit ‘na latrina ‘e banda, è scritto da una voce fuori dal coro, poiché la maggior parte inneggia alla baby-gang di Piazzetta Parrocchiella Santa Maria Ognibene».

Noi facciamo i giornalisti e tra i nostri compiti c’è quello di denunciare, di segnalare il pericolo, ma, in quel caso, l’allarme non è stato ascoltato, da chi invece aveva il dovere di farlo. Anzi, si è preferito tacciare la notizia come non vera, e la prima a esultare per il finto contro-scoop di Giulio Golia de Le iene (quello sì, una fakenews) è stata l’assessora ai Giovani, Alessandra Clemente. Oggi, diciamo all’assessora, che quando intercettammo quello scatto pubblicato su Facebook, tra i primi like in calce al post che inneggiava alla banda della Parrocchiella, c’era quello di Ugo Russo – abbiamo conservato lo screenshot –, ucciso durante un tentativo di rapina il primo marzo scorso.

Ps: su quella vicenda, stiamo ancora aspettando un confronto pubblico con Giulio Golia, ma forse sarà impegnato con il tentativo di demolire altre inchieste vere con notizie fasulle. Con noi non c’è riuscito, non ci sono riusciti nemmeno i suoi mandanti, nonostante l’eccezionale attacco frontale di cui siamo stati oggetto. Attacco che non abbiamo temuto nemmeno per un momento, perché chi dice la verità non ha ragione di avere paura. Mai.

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