di Giancarlo Tommasone

Giornalista, scrittore, saggista, caposervizio della sezione Attualità presso il settimanale Panorama. Volto noto della televisione, per la partecipazione a trasmissioni di Rai, Mediaset, Sky e La7. Durante la sua carriera di cronista, Carmelo Abbate ha vestito più volte i panni dell’infiltrato per realizzare inchieste e in un paio di occasioni ha temuto per la sua vita.

Cosa significa raccontare la realtà calandosi interamente nelle storie da narrare?
Non bisogna mai sostituirsi alla notizia. Non amo chi diventa il punto centrale della storia che sta narrando. Il ruolo del cronista deve essere quello di testimone, stando sempre un passo di lato. Abbiamo il compito di raccontare. Io ho cercato sempre di farlo dal di dentro, provando ad andare oltre la semplice scoperta, tentando di vivere sulla mia pelle quello che stavo narrando.

Ha effettuato molti reportage sotto copertura? Come si preparava alle ‘missioni’?
Ho avuto la fortuna di entrare in una realtà giornalistica di primo livello come è la scuola di Panorama. Ho cercato sempre di attingere dall’esperienza dei colleghi e dalle lezioni alle quali potevo assistere quotidianamente. Questo è stato il primo passo, per il resto, tutte le volte che mi sono trovato a calarmi nei panni dell’infiltrato l’ho fatto in maniera quasi automatica, senza seguire un metodo in particolare.

Ha mai temuto per la sua vita?
In un paio di occasioni ho avuto davvero paura che fosse finita. E’ capitato ad esempio quando stavo effettuando un servizio sul caporalato. Ero in Sicilia e stavo realizzando un reportage tra Modica e Ragusa. C’erano delle serre dove gli immigrati erano impiegati di notte, pagati un euro all’ora, praticamente per zappare fino alle 8 di mattina. Qualcosa di inumano. I ritmi erano per me davvero insostenibili e ad un certo punto, vistomi scoperto da alcuni malavitosi che sovrintendevano a questo giro, sono scappato attraverso le campagne, con la zappa, nascondendomi in una siepe fino a quando – alle 5 del mattino – non sono stato recuperato e posto in salvo.

Una delle inchieste svolte da Carmelo Abbate sotto copertura (immagine tratta dal sito www.carmeloabbate.it)

E nel caso del tentativo di entrare in Italia da clandestino?
Ero al porto di Sfax, in Tunisia, e vestivo i panni di un curdo, che stava provando a raggiungere Lampedusa. All’improvviso, mentre attendevamo per imbarcarci, da un’auto, una Renault 5 di colore rosso, sono scese quattro persone armate che hanno messo all’angolo me e il mio amico Mustafà (che lo stava aiutando a realizzare il reportage, ndr). Volevano ucciderci; grazie a Dio, Mustafà ha avuto la freddezza di inventarsi una storia, ha detto che ero un malavitoso italiano che stava provando a tornare in patria e fortunatamente, gli hanno creduto.

Come mai, secondo lei, tranne pochissimi esempi, non si utilizza spesso, ultimamente, il metodo dell’infiltrato in inchieste giornalistiche?
Ormai i giornali, probabilmente non hanno più la forza economica per sostenere i costi che richiedono inchieste del genere. Poi, oggi, per me, tutto è più veloce, immediato, triturato, frazionato ai ritmi con cui viaggia l’informazione. Oggi di inchieste del genere non ne fa più quasi nessuno. Può realizzarne qualcuno di ‘indipendente’, ma non è detto che trovi un canale per pubblicare. Penso che il miglior giornalismo spesso venga fatto in realtà che non hanno molta visibilità, ma in cui c’è ancora un approccio da vecchia scuola.

Carmelo Abbate

Veniamo all’inchiesta di Fanpage.it e alle modalità con cui è stata realizzata, cosa pensa al riguardo?
Ci ho riflettuto molto. Alla fine credo che non può esserci un criterio obiettivo di giudizio per cui è lecito o non è lecito quello che è stato fatto. Parlo dell’impiego dell’agente provocatore per arrivare alla notizia. Il fine giustifica i mezzi? Il punto è che bisogna contestualizzare. Penso che l’unico criterio di valutazione adottabile sia quello di inquadrare il tutto nel caso specifico. Fanpage avrà adottato un metodo che può apparire poco ortodosso (mi riferisco a quello dell’agente provocatore), però è quello l’unico ammissibile per scavalcare il muro, dietro il quale emerge il fenomeno evidenziato. Stiamo parlando di un contesto talmente forte che andava ‘svelato’ con un metodo avente la stessa intensità e sostanza.

Avrebbe utilizzato tale modalità?
Probabilmente non lo avrei fatto. Ma non mi sento di condannare nessuno. Alla fine l’obiettivo è stato raggiunto, si è riusciti a scavalcare il muro, lo ribadisco. Il giornalista che deve realizzare quell’inchiesta, in quel contesto ‘spinto’, ha ritenuto di andare molto al di là, mentre in un’altra occasione, in un altro contesto, magari non lo avrebbe fatto.

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