Gianpiero Falco, delegato Confapi Campania allo sviluppo regionale

di Gianpiero Falco *

La violenza delle calamità naturali abbattutesi sul nostro Paese, ancora una volta, hanno dettagliato l’incapacità del nostro sistema politico a provvedere all’amministrazione dell’ordinario quotidiano delle nostre città  nonché  degli eventi straordinari che per l’appunto si stanno verificando in questi giorni  nel Nord Italia. E questo caos sta verificandosi soprattutto nelle regioni, ahinoi, più evolute. Una di quelle che chiede l’autonomia, come la Regione Veneto. Ma come si fa ad amministrare un  Paese da parte di chi non ha nemmeno la competenza di gestire l’ordinario quotidiano? Siamo alla frutta, e solo una inversione di tendenza della scelta di una classe dirigente che abbia le minime competenze per far funzionare le nostre città, le nostre Regioni ed il Paese tutto, può essere la soluzione.

Ma come dare sostanza a questa affermazione? È necessario, secondo noi, fare una analisi sociologica del nostro Paese e soprattutto in riferimento all’ultimo periodo post – Mani Pulite, per poter dare una risposta adeguata. Analisi che parte dallo scrutare dell’evoluzione dei partiti progressisti che via via  si sono appiattiti su scelte libertarie che hanno avuti effetti negativi soprattutto sulle classi più deboli che rappresentavano, per l’appunto, la grande dorsale elettorale del vecchio Partito Comunista di Enrico Berlinguer. Il grande tradimento delle grandi masse si è perpetrato cedendo gran parte della delega di gestione della Cosa Pubblica all’Europa in nome di una globalizzazione che avrebbe, con sistemi «random», procurato un benessere diffuso soprattutto nei nostri paesi occidentali.

La grande organizzazione industriale si è frammentata creando  più imprese, ognuna dedita ad un aspetto della precedente organizzazione, frammentando così anche il rischio e soprattutto i costi nei confronti di nuovi padroncini  che a, differenza della piccola impresa già presente sul mercato, diveniva rigidamente collegata alla grande impresa di provenienza. Si è cioè dato impulso ad un efficientamento dei costi fissi a detrimento di quei padroncini ex operai che diventavano imprenditori e quindi iniziavano a ragionare diversamente da prima. E questo, in stretta attinenza con il sentire sociale della necessità del nuovo consumismo di cui il Berlusconi imprenditore è stato il primo propugnatore e massimo colpevole. Il passaggio da cittadino a consumatore, nel senso che siamo tutti uguali perché consumiamo e tendiamo a consumare sempre di più, ha rappresentato la caduta del nostro sistema sociale precedente, e ne ha creato un altro, che è figlio del potere dei social e della nuova comunicazione. Non contano più le competenze, ma chi ha più seguito sui social per la loro potenzialità elettorale. Non esiste più la coscienza di classe, perché non esistono più le classi sociali, ma esiste solo chi ha potenzialità finanziaria e chi no.

E tutti, in maniera legale o illegale che sia, scelgono di aderire a questo nuovo modello del consumismo per dimostrare di essere sulla scala maggiore dei consumatori del loro territorio di appartenenza, per esercitare il confronto e quindi suscitare l’invidia del meno fortunato. Questa rincorsa al «meglio» del mercato porta a sottovalutare l’importanza delle competenze e soprattutto fa coincidere quelli che erano modelli di arrivo di natura liberale, per intenderci, con i modelli di benessere della vecchia classe operaia che oggi ritengono di dovere avere accesso a tutti i beni primari e secondari e terziari, prima appannaggio, in termini di frequenza, solo della vecchia borghesia. La vecchia frase di Grillo – «uno vale uno» – ben rappresenta questa situazione perché equipara un grande cardiochirurgo ad un parcheggiatore abusivo della mia amata città. E quindi abbatte il muro delle competenze dando alle stesse valore risibile. Ma si può? Questa situazione sociale post-dipietrista, unitamente all’ondata di populismo legata al perbenismo moralista più bieco, da parte  dei moralizzatori della politica, ha portato allo sgretolamento del sistema dirigente del Paese, che pur ci aveva portato ad essere la sesta nazione mondiale per indicatori di sviluppo.

E ha creato la nuova burocrazia che, intrisa dei principi moralizzatori di una sinistra benpensante , aveva visto spalancare, per i suoi obiettivi, una autostrada per il raggiungimento del potere agognato da decenni. Questa si beava di porre impedimenti con lacci e lacciuoli per le esecuzione del processo amministrativo e quindi degli investimenti connessi, poiché questi stessi, dovevano essere controllati dai cosiddetti burocrati di sistema. Tutto questo caos, invece, non solo ha dimezzato il nostro potere politico, ma soprattutto ha generato un avvolgimento su se stesso del nostro Paese , peggiorando fortemente i nostri indicatori socioeconomici. Come imprenditore, ritengo gravissima una situazione in cui siano delegati, tutti i poteri amministrativi a personaggi politici di quarto livello, ad essere buoni, e faccio, in questa affermazione, riferimento alle città più grandi di Italia.

Così come ritengo gravissimo avere ministri inadeguati, incapaci di potersi sedere al tavolo di colossi industriali che devono effettuare grande investimenti nel nostro Paese. Non hanno la benché minima idea di quali possano essere gli obiettivi dissimulati dei loro interlocutori. Vedi il gruppo Arcelor Mittal, che con la chiusura eventuale di Taranto, lascia all’India una leadership, in un settore che vedi pochi players e quindi una fetta di mercato sempre più elevata, con tutto ciò che ne consegue. Abbiamo, quindi, in definitiva, bisogno di un potenziale commissariamento delle nostre istituzioni con un sistema di controllo centralizzato che deve intervenire nel caso di inefficienza del sistema della cosa pubblica, identificando i reali sistemi di responsabilità del processo amministrativo. Altro che autonomia. Il Mose di Venezia ne è una esemplificazione e non ci dica il Presidente della Regione Zaia che si tratta di investimenti Nazionali, perché sono effettuati nella sua Regione e quindi assentiti.

Bisogna combattere, in buona sostanza, la voglia della sinistra democratica di fare le cose che non appartengono alla propria tradizione. Cioè quella di farsi promotrice di iniziative industriali senza interessarsi del durante e del dopo. Creare lavoro significa garantire un percorso veloce e certo per gli investitori. Non garantire questo, in nome della difesa dei Burocrati dipendenti che attualmente per il nostro scenario legislativo, non hanno alcuna responsabilità  a breve , se non quella penale che si protrae nel tempo, significa affossare l’efficienza e soprattutto esporla al potere contrattuale del dirigente interessato. Il che, come abbiamo sempre detto può creare infiltrazioni mafiose, soprattutto dalle nostre parti.

Perpetrare, un eccessivo garantismo della posizione dei pochi , molto spesso nuoce allo sviluppo dei più. Questo deve essere compreso dalle organizzazioni sindacali e questo deve essere compreso dalle forze progressiste del nostro Paese. L’interesse della collettività viene realizzato con l’efficienza e con la competenza e non può essere collegato all’eccessivo garantismo di qualche posizione. Abiuriamo la coincidenza dei vecchi opposti politici, dal cui confronto molto benessere abbiamo avuto e si inizi un Politica con la P maiuscola, di efficienza. Solo in questo modo si potrà iniziare di nuovo una distribuzione del reddito più equa e solidale.

Gianpiero Falco,
Delegato Confapi Campania allo sviluppo regionale.