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Al centro Mario Cerciello Rega, ai lati i due californiani indagati per l'omicidio

La fatidica notte del 26 agosto, negli attimi immediatamente antecedenti l’aggressione con undici coltellate che ha portato alla morte, in Via Cesi (quartiere romano di Prati), del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, quest’ultimo e il collega Andrea Varriale, hanno mostrato ai due californiani, il tesserino di riconoscimento? Sembrerebbe di no. I militari, secondo quanto emerge dagli atti delle indagini, non lo avrebbero fatto. Perché? Per il solo motivo che non avrebbero avuto con sé la «placca» provante l’appartenenza alle forze dell’ordine, nel caso, ai carabinieri. La circostanza, venisse certificata, rappresenta un elemento di fondamentale importanza nelle mani della difesa di Finningan Lee Elder (20 anni) e del 19enne Christian Gabriel Natale Hjorth (attualmente detenuti nel carcere di Regina Coeli con l’accusa di concorso in omicidio). E avvalorerebbe la tesi (della difesa), secondo la quale, gli indagati avrebbero reagito, temendo di essere aggrediti da due sconosciuti. Inoltre, il mancato ritrovamento delle «placche» sulla scena del crimine, cozzerebbe in maniera stridente con quanto dichiarato da Varriale, che aveva specificato come Cerciello Rega avesse mostrato ai giovani il tesserino identificativo, prima che avvenisse l’accoltellamento.

Il ritrovamento di un marsupio
Sul luogo dell’omicidio non sono
stati rinvenuti tesserini identificativi

Ma cosa è stato trovato e sequestrato sul luogo dell’omicidio? Dal verbale stilato si evince che, accanto al corpo del vicebrigadiere, è stato rinvenuto un marsupio, al cui interno c’erano alcune chiavi, delle monete, due banconote, un mazzo di carte e un telefono cellulare. Non c’è traccia di tesserini identificativi.

Le parole
di Andrea Varriale:
anche la mia pistola
era nell’armadietto

Varriale, ancora, interrogato dal procuratore Michele Prestipino, ha ammesso: «Anche la mia pistola era nell’armadietto. Eravamo in borghese con bermuda e maglietta, l’arma si sarebbe vista». Tra l’altro, bisogna ricordare, che c’è una circolare firmata dal capo della polizia Gabrielli, che obbliga tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine a girare armati. Ma tant’è.  E’ così, disarmati, che i due militari si sono presentati all’appuntamento con i due californiani, per affrontare un caso di «cavallo di ritorno».

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A questo punto, però, bisogna tornare indietro, dopo la mezzanotte del 26 agosto (l’omicidio avverrà alle 3.15). Elder e Hjorth, infatti, che si sarebbero rivolti a un intermediario (Sergio Brugiatelli) per l’acquisto di cocaina (una dose di 80 euro), vengono letteralmente «solati» (truffati).Lo scambio avviene in Piazza Mastai, al posto della polvere bianca i due ricevono, dal presunto pusher (Italo Pompei), una pasticca di tachipirina.

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Nemmeno il tempo di rendersi conto di quanto avvenuto, che Hjorth  vede comparire un carabiniere, gli consegna la pillola e scappa. Durante la fuga, i due ragazzi si impossessano del marsupio di Brugiatelli e si dileguano alla volta dell’albergo nel quale risiedono. Ma chi è il militare che appare in Piazza Mastai? E’ il maresciallo Mauro D’Ambrosi, libero dal servizio, ma comunque impegnato con il pedinamento della coppia di californiani.

La comunicazione
del collega libero
dal servizio

E’ lo stesso D’Ambrosi, si evince dall’indagine, a comunicare le fasi dell’operazione, al collega Varriale, che insieme a Cerciello Rega è in procinto di iniziare il servizio antispaccio a Trastevere. Siamo poco dopo la mezzanotte, il pedinamento è «testimoniato» pure da una foto, che ritrae Elder e Hjorth di spalle e Brugiatelli; l’immagine viene inviata a Varriale, da D’Ambrosi.

Quest’ultimo indica i ragazzi, come due «polletti» in cerca di una dose di cocaina, mentre Brugiatelli viene «identificato» come «pelato». Che cosa succede dopo la fuga? Parte la fase del «cavallo di ritorno». Gli americani, per restituire il borsello pretendono una dose di cocaina e 100 euro. Brugiatelli (né lui, né Pompei, si evince dalle indagini, sarebbero informatori delle forze dell’ordine), allora, contatta i carabinieri per denunciare la richiesta estorsiva. Come mai, all’appuntamento con Elder e Hjorth vanno Cerciello Rega e Varriale? Ci vanno perché vengono «comandati» dalla Centrale operativa, alle 2.34. Ma cambiamo scena, e vediamo, nel frattempo dove sono Elder e Hjorth. In albergo, al Meridien, dove studiano le fasi dell’incontro con Brugiatelli.

Le indagini / Nuovo sopralluogo
nella stanza dei due americani

Dalla stanza 109 dell’albergo esce in avanscoperta, il solo Hjorth. Indossa una felpa nera con cappuccio. Secondo gli inquirenti, il 19enne, che viene considerato il «leader» della coppia di californiani, effettua un sopralluogo per scegliere bene quale sia il punto più sicuro in cui far avvenire lo scambio con Brugiatelli.

Il sopralluogo
di Hjorth per inquadrare
la zona migliore
in cui effettuare lo scambio

Si avvia subito verso Via Cesi, i suoi movimenti vengono ripresi da quattro telecamere: hotel Meridien, banca Unicredit, bar Kiarotti e gioielleria Ghera. Scelto il punto «migliore», lontano da luci e occhi elettronici (le fasi materiali del delitto non vengono riprese), torna in albergo.

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Poi tutto precipiterà verso la tragedia, rispetto alla quale l’unica cosa effettivamente certa sono quelle undici coltellate. E poi ci sono quei messaggi che Varriale spedisce al collega, mentre stanno andando all’appuntamento in Via Cesi. Il primo dei tre è inviato alle 3.13: «Stai attento». Suona adesso, in maniera così ferale e drammatica. Nel frattempo l’udienza del Riesame, che era stato chiamato a decidere, nella giornata di oggi, sull’istanza di scarcerazione presentata dai legali di Elder e Hjorth, è stata posticipata di dieci giorni. E prevista per il 16 settembre.