I collaboratori avrebbero riferito di «rapporti opachi» tra un appuntato e alcuni appartenenti alle organizzazioni camorristiche

Le conversazioni intercettate dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli, che hanno condotto le indagini sui due colleghi infedeli arrestati ieri anche con l’accusa di avere favorito la camorra, trovano riscontro nelle dichiarazioni «convergenti» rese da ben otto collaboratori di giustizia. Tutti riferiscono, scrive il gip, «di rapporti opachi, se non propriamente corruttivi, tra l’appuntato scelto Mario Cinque e alcuni appartenenti alla organizzazioni camorristiche…».

Il giudice, ma anche la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli che ha coordinato l’inchiesta, definisce «trasversale» il contributo di Cinque, rivolto in favore «di chiunque potesse garantirgli un tornaconto personale». La circostanza, sottolinea ancora il giudice, «non esclude la consapevolezza e la volontà dell’indagato – anche in virtù del ruolo istituzionale da lui ricoperto – di operare a vantaggio dell’uno o dell’altro clan».

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Tra gli accusatori anche Roberto Perrone

Uno degli otto collaboratori di giustizia è Roberto Perrone, ritenuto affiliato storico del clan Nuvoletta. Perrone riferisce di avere ottenuto da Cinque parecchi favori, per se stesso ma anche per altri componenti il clan, omettendo di effettuare i dovuti controlli quando era sorvegliato speciale, e informandolo riguardo eventuali provvedimenti a suo carico.

Perrone, tra le altre cose, parla anche dei favori che Cinque gli faceva quando, nel periodo in cui era sotto sorveglianza, aveva preso l’abitudine di giocare a poker con un gruppo di persone, tra cui figurano anche degli imprenditori: «…le partite venivano organizzate una volta a settimana da …. il quale si informava prima quando era di turno Cinque, che veniva a effettuare il controllo presso la mia abitazione e, diversamente dagli altri controlli, si limitava a bussare al citofono e andava via».

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