giovedì, Agosto 18, 2022
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Capolavoro trafugato, il custode confessa: «Uno sbaglio terribile»

Le indagini sul clamoroso furto del Salvator Mundi a Napoli arrivano a un punto di svolta, l’impiegato della Basilica ammette il proprio coinvolgimento nell’affare: «Tommaso mi disse che avrei guadagnato 20mila euro»

di Luigi Nicolosi

«Mi è stata proposta questa operazione, per la quale sono stato arrestato e ho fatto uno sbaglio terribile ad accettare». Con queste parole Pasquale Ferrigno, il custode dalla Basilica di San Domenico Maggiore arrestato insieme ad altre cinque persone con l’accusa di aver preso parte al clamoroso furto del dipinto Salvator Mundi, ha deciso di ammettere le proprie responsabilità. L’impiegato 57enne ha dunque confessato, ma al tempo stesso ha negato di aver fatto parte in pianta stabile di un’organizzazione criminale.

Pasquale Ferrigno, storico custode della Basilica situata nel cuore del centro storico di Napoli, nel corso di un lungo interrogatorio al quale è stato sottoposto lo scorso 26 aprile si è in un certo senso “giustificato” sostenendo di aver agito esclusivamente sulla scorta del suo rapporto con il coindagato Tommaso Boscaglia: «Conosco Tommaso, di cui non conosco il cognome, e ho cercato di aiutarlo procurandogli dei lavoretti presso la Basilica di San Domenico Maggiore. Lui mi ha proposto questa operazione e ho fatto uno sbaglio terribile ad accettare. Tommaso spesso mi ha proposto di prendere qualcosa dalla Basilica, tra cui una campana, ma io gli ho sempre risposto in senso negativo, solo in questa occasione gli risposi “vatti a prendere il quadro”. Per me non era un quadro di grosso valore, perché era piccolo e non aveva alcun antifurto».

Stando alla ricostruzione della vicenda, proprio Ferrigno avrebbe però avuto un ruolo di prim’ordine nell’affare, dal momento che, essendo il custode della Basilica, era anche l’unico ad avere la chiave necessaria ad accedere al deposito: «Nel periodo in cui in basilica c’erano dei restauratori di vestiti antichi, la sala del Tesoro rimaneva spesso aperta. Infatti il Priore la apriva la mattina quando arrivavano i restauratori ma spesso loro andavano via per la pausa pranzo e la sala rimaneva aperta. Tommaso un giorno di questo periodo in cui erano in corso i lavori di restauro doveva venire per prendersi delle cose e gli dissi “sta tutto aperto, prenditi il quadro”».

A questo punto Ferrigno parla delle somme di denaro che la gang avrebbe potuto incassare grazie alla successiva vendita del prezioso dipinto. Lo fa però a modo proprio, con una una lunga serie di precisazioni: «Tommaso mi disse che dopo la vendita avrei guadagnato qualcosa pure io, ma non avevamo stabilito una cifra, lui mi diceva che potevo guadagnarci 20.000 euro circa. Non è vero quello che leggo nelle intercettazioni, dove si parla di 200.000 euro». Il custode riferisce poi un’ulteriore circostanza: «Non ho chiesto a Tommaso dove avesse custodito il quadro dopo averlo sottratto, mi diceva che se la sarebbe vista lui e che aveva degli amici». L’inchiesta ha poi rivelato che questi “amici”, in particolare Vincenzo Esposito “’o francese” e Antonio Mauro, si sarebbero addirittura rivolti alla ras secondiglianese Maria Licciardi, chiedendole di attivarsi per trovare un facoltoso acquirente. La banda puntava infatti a incassare una cifra compresa tra 1,5 e 5 milioni di euro. Una somma comunque molto inferiore al reale valore del quadro.

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