di Giancarlo Tommasone

Il drago si è destato e si prepara a riprendersi il primo posto del podio occupato da Seul. Stiamo parlando della Cina, che da alcuni mesi ha ricominciato a puntare sullo shipping e intende riaprire i cantieri navali che, in circa dieci anni, si sono più che dimezzati. Nel 2010 la Cina contava 239 stabilimenti, lo scorso anno erano appena 108.

Colpa dei prezzi bassi, della crisi
che non aveva risparmiato il volume
degli ordini verso Pechino, ma anche
del governo della Rpc che aveva effettuato interventi di «pulizia»
nel settore cantieristico

Un cantiere navale
Lo stato delle cose, però, dato in caduta libera fino a pochi mesi fa, sta per essere rivoluzionato e la Cina si pone all’inseguimento della Corea del Sud, che al momento occupa la piazza più alta del podio. Il gap c’è ancora, ma è destinato a ridursi: Seul guida con 5 milioni di tonnellate realizzate, 4,3 quelle cinesi. La manovra di Pechino è favorita anche dall’innalzamento dei prezzi e dal maggiore flusso di investitori registrato.
Vincenzo e Achille Onorato

Società armatoriali che nell’ultimo periodo hanno
scelto di affidarsi a unità costruite in cantieri cinesi

Tra queste anche il gruppo Onorato. A febbraio scorso l’amministratore delegato di Moby, Vincenzo Onorato, figlio del patron Vincenzo, aveva annunciato la firma dell’accordo con i cantieri Gsi per la costruzione di due nuove navi ro-pax. «Quattro navi, di cui due saranno destinate alla famiglia Onorato e le restanti a Gnv (Grandi navi veloci). L’armatore Achille Onorato annuncia un importante accordo, siglato a Pechino con i cantieri Gsi, che prevede la costruzione a Guangzhou, in Cina, di nuove unità adibite sia al trasporto passeggeri che a quello merci», recitava testuale la lettera affidata ai media per la diffusione.

In Cina, del resto, nei primi sei mesi del 2018,
si registrano ordini per 14 miliardi di euro

Nel secondo trimestre, però, i numeri sarebbero già calati, passando dai 10 miliardi del primo periodo considerato ai 4 del lasso temporale che va da aprile a giugno. Con questi presupposti e badando a proiezioni a medio termine, Pechino tende a controllare il mercato dei trasporti, e per farlo ha bisogno dell’incremento della produzione. Al momento manca ancora il supporto finanziario necessario per perfezionare la manovra, ma si starebbero muovendo altri finanziatori. Come riporta Il Secolo XIX, infatti, sarebbe stato rilevato il ritorno di fondi da parte di investitori che non sono armatori di professione. Ciò perché avrebbero fiutato l’affare e avrebbero deciso di intervenire in un mercato nettamente in ripresa, qual è quello dello shipping. Con il ventilato aumento di produzione si crea un altro problema, che recentemente aveva fatto già accendere più di un focolaio di crisi a livello mondiale (con riverberi importanti anche in Italia): ci ritroveremmo ulteriormente davanti a un numero eccessivo di unità navali rispetto alle merci da trasportare.

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