di Giancarlo Tommasone

Presso la Corte di Assise di Reggio si sta celebrando il processo «’Ndrangheta stragista», che tende a fare luce sui presunti rapporti di collaborazione tra mafia e organizzazione calabrese, negli anni compresi tra il 1992 e il 1994. Vale a dire nel periodo in cui Cosa nostra scatenò l’offensiva contro lo Stato.

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Sì è più volte parlato di un «accorduni» che avrebbe legato le due holding del crimine.

Nell’udienza di venerdì al Tribunale di Reggio, è stato chiamato a «conferire» davanti al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, il pentito Antonino Cuzzola. Si è parlato dei rapporti che alcuni capi di locali di ‘Ndrangheta avrebbero avuto con i Servizi segreti. Al centro della discussione è finito il boss calabrese originario di Platì, «emigrato» a Milano, Domenico Papalia.

Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Papalia
era vicino ai Servizi segreti, con i quali il boss effettuava
colloqui anche quando era detenuto.

Cuzzola però fa anche i nomi di altri capi di ‘ndrine, accostati alle «barbefinte». Tra questi, quello di Saro Mammoliti, Paolo De Stefano, i Piromalli, i Mazzaferro. Abbiamo visto dunque che, per quanto riguarda il periodo stragista, mentre mafia e ‘Ndrangheta parteciparono alle «operazioni», la camorra fu esclusa o comunque non fu «reclutata» per portare a compimento l’attacco allo Stato.

Il boss della Nco, Raffaele Cutolo
Il boss della Nco, Raffaele Cutolo

Tutt’altro discorso, invece, vale per i rapporti intercorrenti tra l’organizzazione criminale nata all’ombra del Vesuvio e i Servizi. Nel corso degli anni sono numerosi e hanno a che fare sia con la camorra cittadina e della provincia partenopea sia con quella di Terra di Lavoro. Partiamo dal periodo compreso tra la fine degli Anni ’70 e l’inizio degli ’80.

Il boss Vincenzo Casillo

Ci imbattiamo nella figura di Enzo Casillo, alias ’o nirone, che oltre a essere il braccio destro di Raffaele Cutolo era uno che girava col tesserino dei Servizi in tasca e da latitante entrava e usciva a suo piacimento dai carceri di mezza Penisola. Ma la Nco e il «professore» di Ottaviano, in particolare, sarebbero stati contattati dagli apparati dell’intelligence (deviata, secondo l’opinione di molti) anche in altre occasioni.

Quella relativa all’intervento che sarebbe stato chiesto al padrino della camorra, per la liberazione di Aldo Moro. E quella del caso di Ciro Cirillo.

A confermare il ruolo di primo piano avuto da Cutolo nella trattativa per il rilascio di Cirillo, è stata anche la moglie del professore, Immacolata Iacone, che intervistata da Stylo24, poche ore dopo la morte dell’ex esponente della Dc, aveva dichiarato: il 41 bis è il premio ricevuto da mio marito per l’aiuto allo Stato.

Immacolata Iacone, moglie del boss Raffaele Cutolo

Ci spostiamo nel 1999, protagonista di un incontro che sarebbe avvenuto in un ristorante a Salerno, con presunti esponenti dei Servizi è – secondo quanto reso da Michelangelo Mazza, nel 2010 – Giuseppe Misso senior.

Il boss Giuseppe Misso

Mazza, nipote dell’ex padrino del Rione Sanità, ha spiegato ai pm che durante quell’incontro, lui ascoltò un «vecchio» chiedere a Misso di adoperarsi per impedire una guerra di camorra, perché a Napoli, erano in atto (in quel momento storico) procedure per opere pubbliche importanti, e poi perché le istituzioni non dovevano essere «insidiate» (è scritto testuale nel verbale).

Mazza disse che, secondo lui, i due interlocutori, forse, facevano parte dei Servizi segreti. La cosa però è stata smentita da Misso, perché circa quell’incontro, ha detto che il nipote si sarebbe inventato tutto.

Dalla Sanità a Secondigliano, nel «fortino» del clan Licciardi. C’è un episodio avvolto dal mistero, quello relativo a un controllo effettuato durante un summit di camorra avvenuto alla Masseria Cardone. Siamo agli inizi del Duemila: le forze dell’ordine trovano tra picciotti, gregari e boss, anche un uomo dell’intelligence che, alla richiesta delle generalità, esibisce un tesserino della Presidenza del Consiglio dei ministri.

Gennaro Licciardi, storico capo dell’Alleanza di Secondigliano

Restando a Secondigliano, ci sarebbe lo zampino dei Servizi, nell’arresto del boss Paolo Di Lauro, avvenuto nel settembre del 2005. Per raccogliere informazioni utili alla cattura di Ciruzzo ’o milionario si sarebbe mosso anche il Sisde e sarebbe stata una «taglia» pagata proprio dai Servizi a far aprire bocche e orecchie, per giungere al nascondiglio di Di Lauro.

Paolo Di Lauro
Paolo Di Lauro in una foto del 2014

Una «ricompensa» da 500mila euro, sarebbe stata pronta, pure per arrivare alla cattura di Giuseppe Setola, quando il capo dell’ala stragista dei Casalesi era latitante ed era diventato incontrollabile. La circostanza è relativa alle dichiarazioni di Benedetto Cirillo e Maurizio Di Puorto. Questi ultimi raccontarono di sedicenti appartenenti ai Servizi che avrebbero provato a mettersi in contatto con Antonio Iovine (anche lui latitante all’epoca dei fatti) per arrivare alla cattura di Setola.

Il boss pentito dei Casalesi, Antonio Iovine
Il boss pentito dei Casalesi, Antonio Iovine

Ma nel panorama camorristico, molto vario per storie e personaggi, c’è pure il boss che desidera entrare a far parte dei Servizi segreti. E che addirittura propone la sua candidatura sul sito dell’Aisi. E’ il caso di Francesco Tramontano, alias lo Squalo.

Il killer dell’ala stragista dei Casalesi, Giuseppe Setola

E’ uno che si occupa di fornire armi ai clan che si spartiscono Napoli, Tramontano, una sorta di rappresentante di semiautomatiche, pistole a tamburo e kalashnikov. Finisce in cella nel 2013, coinvolto nell’inchiesta che decapitò ciò che restava del clan Di Lauro. Tirato in ballo dai collaboratori di giustizia, a supporto dell’accusa nei confronti dello Squalo, pure le trascrizioni delle sue conversazioni avute con amici, camorristi e parenti.

L'arresto di Cosimo Di Lauro nel Terzo Mondo
L’arresto di Cosimo Di Lauro nel Terzo Mondo

Durante un colloquio (intercettato in ambientale) con suo cugino, Tramontano confessa a quest’ultimo, che gli piacerebbe entrare nei Servizi segreti e che ha provato pure a fare domanda. Gli dice inoltre che la candidatura on line non si è perfezionata perché sul portale non sarebbe stato possibile caricare il suo titolo di studio. A infrangere i sogni dello Squalo di diventare un agente segreto pensò prima il sito dell’Aisi e poi il carcere.

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