(Nelle foto gli arrestati Gaetano Cifrone, Luigi Cifrone, Pasquale Pandolfo e Salvatore D'Andrea)

La coraggiosa denuncia di uno dei commercianti che hanno contribuito alla nuova inchiesta: «I Cifrone, tornati in zona, hanno fatto soprusi e angherie a tutti. Volevano che prendessi i numeri della riffa»

di Luigi Nicolosi

«Da quando è tornata nel quartiere la famiglia Cifrone con il suo gruppo sono stati fatti soprusi e angherie a tutti, commercianti e non». Un inferno in terra, quello costruito dagli eredi del clan Lo Russo che, incuranti della crisi covid, non hanno esitato a mettere sotto pressione estorsiva decine e decine di negozianti di Miano. Ma nella periferia nord di Napoli il vento sembra essere finalmente cambiato e, sebbene in tanti continuino a vivere ancora nella paura, ci sono anche negozianti che hanno trovato la forza e il coraggio di chiedere aiuto allo Stato, contribuendo così all’indagine che all’alba di ieri, con l’esecuzione di otto arresti, ha inflitto un nuovo colpo da kappaò alla cosca di “ngopp Miano”.

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Ai fini dello sviluppo dell’inchiesta si è rivelata determinante la denuncia sporta ai carabinieri dal titolare di un negozio di fiori in via Janfolla. La vicenda appare piuttosto singolare perché la vittima, stando a quanto riferito alle forze dell’ordine, in almeno tre occasioni avrebbe ricevuto la “bussata” degli aguzzini del clan Cifrone, ragazzi con cui aveva condiviso la spensieratezza della gioventù ma che non avuto alcuna remora a provare di imporgli l’acquisto dei numeri per la “riffa”: «Nel tardo pomeriggio di ieri 20 luglio 2020 – ha messo a verbale – mi trovavo fuori il mio negozio, quando è arrivato uno scooter Piaggio nero con a bordo due persone che conosco. Salvatore D’Andrea “Scurzetella” scendeva ed entrava nel negozio, così entravo pure io. Aveva in mano il cosiddetto cartellone, quello con i novanta numeri della riffa, e un foglio dove c’era un elenco, presumo di commercianti del quartiere. Mancava però l’indicazione dell’eventuale premio». A questo punto il racconto entra nel vivo: «D’Andrea mi diceva “dovete prendere due numeri per il cartellon, 200 euro». Gli rispondevo che non avevo la possibilità di pagare quei soldi anche perché adesso a causa del covid si guadagna molto poco, tanto che al ragazzo che lavora da me posso dare davvero pochi soldi. D’Andrea con una bella faccia tosta mi diceva “Ce li dai a noi i soldi che devi dare a questo”. Io mi arrabbiavo e gli dicevo che non avrei dato nulla. D’Andrea mi rispondeva che dovevo quei soldi “per i compagni nostri, i Cifrone, Gaetano e Luigi”. A quel punto non ci ho visto piùe lo cacciavo dal negozio. D’Andrea quindi mi minacciava ancora “ma ti rendi conto, te la prendi la conseguenza?”». A prendersi la conseguenza saranno però alla fine proprio i Cifrone e i loro scagnozzi, da ieri tutti destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

I problemi del commerciante non erano però ancora finiti. Il giorno successivo e poi quello dopo ancora, infatti, il malcapitato si ripresenta dai carabinieri per denunciare di aver ricevuto addirittura la visita del boss in persona. Nel suo negozio si presentò infatti Luigi Cifrone in compagnia di Giovanni Mascioli “’o terrorista”, con il primo che avrebbe rivolto parole ben poco rassicuranti: «Per mezzo tuo ho levato il cartellone da mezzo, non ti sei preso il numero perché l’ho levato di mezzo, perché se non l’avevo levato ti facevo vedere se non te lo prendevi il numero». Prima di andare via con il complice, il ras di Miano avrebbe poi lanciato un ulteriore monito: «Tu te lo pigliavi, poi ti facevo vedere se te lo pigliavi o no!». Un messaggio di fuoco che gli investigatori dell’Arma non hanno esitato a inquadrare come tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il clan Cifrone, stando a quanto riportato nell’ordinanza cautelare, deve poi rispondere di un altro analogo episodio e di una rapina messa a segno in un negozio di telefonia della zona, che aveva fruttato alla cosca un bottino di ben 6mila euro.

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