lunedì, Dicembre 6, 2021
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Camorra, sequestrata azienda bufalina controllata dai fratelli del boss Zagaria

L’obiettivo sarebbe stato quello di consentire alla famiglia del capoclan dei Casalesi di reimpossessarsi, in maniera occulta e fraudolenta, della ditta di proprietà della madre.

Sequestrata dalla guardia di finanza di Napoli a Grazzanise, in provincia di Caserta, un’azienda che si occupa dell’allevamento di bufali e della produzione di latte crudo del valore di circa 2 milioni di euro nelle mani di Carmine e Antonio Zagaria, fratelli del ‘boss’ Michele. Il provvedimento e’ stato emesso dal gip di Napoli su richiesta della locale Dda. Secondo quanto emerso dalle indagini, svolte dal Gico di Napoli sotto la direzione della Procura distrettuale, l’azienda sequestrata sarebbe stata impiegata dai fratelli Zagaria quale “schermo” per consentire alla loro famiglia di “reimpossessarsi”, in maniera occulta e fraudolenta, dell’azienda bufalina di proprieta’ della madre Raffaela Fontana, da tempo affidata alla gestione di un amministratore giudiziario in quanto gia’ colpita da diverse misure giudiziarie.

Alla realizzazione del disegno illecito avrebbero partecipato anche gli altri due fratelli, Antonio e Fernando Zagaria (solo omonimi in quanto non legati da vincoli di parentela al clan camorristico) che avrebbero messo a disposizione le loro aziende (prima Antonio e, successivamente, Fernando avendo il primo deciso nel frattempo di collaborare con la giustizia) per consentire al clan di proseguire nella gestione di un’attivita’ economica particolarmente remunerativa e diffusa su quel territorio, nonostante lo spossessamento della storica azienda di famiglia.

In particolare, dopo aver sostanzialmente esautorato dalle proprie funzioni l’amministratore giudiziario della ditta “Fontana Raffaela”, a partire dal 2006 i fratelli Carmine e Antonio Zagaria avrebbero, di fatto “operato una vera e propria co-gestione tra le citate aziende e quella intestata alla madre” attraverso: la coincidenza della sede legale e operativa e il conseguente utilizzo promiscuo di gran parte dei locali, degli impianti e degli animali gia’ presenti all’interno dell’azienda sottoposta ad amministrazione giudiziaria.

Attraverso la commistione, anche sotto il profilo contabile, dei rapporti commerciali con l’unico fornitore (una societa’ operante nel settore dei mangimi) e l’unico cliente (una societa’ di produzione casearia) che risultavano comuni alle aziende contemporaneamente presenti nello stesso luogo di esercizio dell’attivita’; l’ampio ricorso all’interno di tali rapporti ad operazioni di sovra e sotto fatturazione in acquisto e/o in vendita, cosi’ da consentire la creazione di liquidita’ occulta che veniva sistematicamente sottratta dalle casse aziendali per essere messa a disposizione della famiglia Zagaria e, quindi, dell’omonimo clan.

Per gli inquirenti il piano predisposto dal boss Zagaria, quindi, “ha consentito di neutralizzare per anni gli effetti delle misure cautelari reali e ablative gravanti sulla ditta Fontana Raffaela per poi, addirittura, rientrare nella piena disponibilita’ della quasi totalita’ dei beni aziendali confiscati alla ditta stessa, mediante un acquisto all’asta a prezzo stracciato (solo 100.000 euro) per subentrare nell’attivita’”.

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