di Giancarlo Tommasone

Secondo quanto emerge dalle indagini, il clan Sequino, oltre all’attività di spaccio, è dedito anche a quella estorsiva. Che viene perpetrata sia nei confronti dei titolari di alcuni esercizi commerciali che si trovano nella zona di competenza della cosca, sia attraverso il metodo dei «cavalli di ritorno», vale a dire la restituzione in cambio di denaro, di scooter o vetture depredate. Ma ascoltando i contenuti delle conversazioni intercettate (telefoniche e in ambientale) ci si può rendere conto come il gruppo di Via Santa Maria Antaesecula non sia tanto tagliato per chiedere il pizzo.

E non perché non ci provi, piuttosto
perché molti tentativi
(la maggior parte di quelli riportati
nell’ordinanza, in verità) vanno a vuoto.

Illuminante su questo versante il dialogo intercettato in carcere tra il boss detenuto Salvatore Sequino e la moglie, Sonia Esposito (finita ai domiciliari nel corso dell’operazione scattata lo scorso 18 febbraio). E’ il 18 gennaio del 2017, dalla conversazione che avviene tra i coniugi si evince che «Passaretti Gennaro (ritenuto affiliato al clan) era andato in giro a chiedere i soldi, ricevendo solo rifiuti, notizia che suscitava il disappunto del capoclan che si raccomandava di non dimenticare i nomi di chi si era rifiutato di pagare».
Altri che si rifiutano di pagare sono il non meglio identificato Totore e il padre di quest’ultimo, che avrebbero tra l’altro rapporti di parentela con la moglie di un componente del clan, Pasquale Amodio.

In virtù della richiesta della consorte,
Amodio intercede per mettere le cose a posto.
Alla fine Totore e il padre non pagano il pizzo,
anche se sono invitati a fare un regalo alla cosca.

Intercettato in ambientale (l’11 novembre 2016), Amodio racconta alla moglie «il dialogo avuto con Totore: “Tutto a posto… ha detto, tutto a posto, niente. Come vuoi fare fai. Se gli vuoi fare il regalo glielo fai. Se non glielo vuoi fare non glielo fai…”». Dalla conversazione tra Amodio e la moglie, emerge, in particolare, come gli «affiliati del clan Sequino si fossero recati dalle vittime per una richiesta estorsiva ricevendone un rifiuto: “Gli ho detto: voi l’errore lo avete fatto là. Quando quello è venuto e gli avete detto di no vicino ai compagni miei. L’errore è stato fatto là”».

Totore e il padre non avrebbero
dovuto pagare alcunché, pure perché
così era stato stabilito in passato dai vertici del clan.

«Nel contempo (Amodio) – è scritto nell’ordinanza – criticava il suo comportamento (di Totore) per avere mandato un cesto ad altre persone: “Non devi cacciare mai niente. Però l’errore lo avete fatto che avete rifiutato quando un compagno mio è venuto da voi e si è preoccupato. Tu che fai? Lo porti negativo. Poi dopo, il compagno mio viene a sapere che avete mandato il cestino (ad altri che avevano chiesto il pizzo)”». Dopo aver detto a Totore, che siccome tra loro c’è un rapporto di parentela, non deve pagare, Amodio, comunque, gli fa capire che può fare dei regali al clan. Infine l’affiliato si scusa, anche a nome degli altri compagni, per aver convocato il padre del citato Totore, sebbene da poco operato per un tumore, precisando «che né lui, né gli altri compagni ne erano informati».

Un altro episodio degno di nota è quello che emerge da una conversazione che avviene in casa di Silvestro Pellecchia (cognato dei boss Salvatore e Nicola), tra quest’ultimo e suo figlio Salvatore, il 24 giugno del 2016.

Grazie ai dialoghi intercettati, gli inquirenti
scoprono l’esistenza di un debito
da parte di tale Scellone.

Padre e figlio discutono su come recuperare la somma «ipotizzando anche di utilizzare maniere violente. In particolare si desume che Pellecchia Silvestro riteneva che Scellone li stesse prendendo in giro (“questo ci sta prendendo proprio per scemi”) ed il figlio Salvatore gli suggeriva di ucciderlo: “Uccidilo. Fallo uccidere. E li perdi lo stesso (i soldi)”». Al che il padre gli risponde: «Ma io non uccido perché tutto il bordello vado lì, quante persone comprano le cipolle, mi prendo le cipolle (si tratta di botti, evidentemente Scellone vende fuochi d’artificio) e mi prendo i soldi miei. La sopra qua giù io lo “abbuccass” (ucciderei) stesso giù».

Silvestro Pellecchia è stato arrestato nella maxi-retata contro la camorra del rione Sanità

Critico Salvatore Pellecchia nei confronti del padre Silvestro e del suo atteggiamento (considerato forse eccessivamente lassista) tanto che arriva a rivolgersi verso il genitore, dicendogli: «Sei uno gnu, sei proprio uno gnu». Sottolineando, si presume, anche la sua «ottusità» relativamente alla questione di Scellone.