Porto di Napoli come banca del clan, i 25 ras del superclan rischiano: processo a un passo

di Luigi Nicolosi.

Dal 2016 al 2017 avrebbero tenuto sotto scacco l’intera fascia costiera di Napoli paralizzando, a suon di tangenti e minacce, i cantieri di via Marina, del Porto e sulla rete fognaria. Finiti in manette alla fine dell’ottobre scorso, per i nuovi “signori” del racket le cose rischiano adesso di mettersi molto male. La Procura distrettuale antimafia di Napoli ha notificato a venticinque indagati l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. In pratica l’atto formale che farà, con tutta probabilità, da anticamera a un imminente rinvio a giudizio.

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Pesantissime le accuse di cui i massimi esponenti dei clan Montescuro, Rinaldi, Aprea, Caldarelli e Reale dovranno rispondere: su tutte, quelle di associazione per delinquere di stampo mafioso ed estorsione pluriaggravata. Alla sbarra rischiano così di finire, oltre all’85enne boss Carmine Montescuro “’o munuzz”, ai ras Ciro Rinaldi “mauè” e Salvatore D’Amico “’o pirata”, anche altri 22 indagati eccellenti: Raffaele Altamura, Gennaro Aprea, Nino Argano, Francesco Luca Caldarelli, Gennaro Caldarelli, Vincenzo Ciriello, Alberto Coppola, Giuseppe Cozzolino, Carlo Dario, Salvatore De Francesco, Sergio Grassia, Antonio Marigliano, Stanislao Marigliano, Vincenzo Milone, Antonio Montescuro, Carmine Montescuro (classe 1960), Raffaele Oliviero, Mario Reale, Salvatore Riccardi, Gennaro Rinaldi, Gennaro Tarascio e Giuseppe Vatiero. Per tutti loro è scattata ieri la chiusura della fase di indagini preliminari.

Il dominus indiscusso dell’organizzazione, stando alla ricostruzione della Dda e ferma restando la presunzione di innocenza fino all’eventuale condanna definitiva, sarebbe stato l’anziano boss Carmine Montescuro. Era lui a tenere saldamente in mano le redini del super cartello di camorra che partendo dalla base di piazza Sant’Erasmo si sarebbe spinto fino a piazza Mercato e a San Giovanni a Teduccio, imponendo alle imprese impegnate nel Porto di Napoli e nei cantieri di rifacimento di via Marina, ma non solo, una vera e propria raffica di tangenti di natura estorsiva. Emblematico, ad esempio, il pizzo chiesto e ottenuto dalla Mati Sud Spa, ditta impegnata nei lavori di riordino della rete fognaria di Napoli Est, costretta tra il dicembre del 2017 e il marzo del 2018 a versare nelle casse del clan qualcosa come 100mila euro. Nel mirino dell’organizzazione sarebbero però finiti anche piccoli commercianti e addirittura una cooperativa che si occupa del reinserimento degli ex detenuti. Gli “affari”, si sa, non guardano in faccia nessuno.

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