Il porto di Napoli, nel riquadro Carmine Montescuro

Le mani delle organizzazioni malavitose su Via Marina

di Giancarlo Tommasone

Altro che sistemi per contrastare la tracciabilità, le estorsioni si potevano versare anche tramite bonifico bancario, direttamente alla persona incaricata di raccogliere i soldi per conto del clan Montescuro. E’ quanto viene riportato nell’ordinanza a firma del gip Alessandra Ferrigno, ordinanza relativa all’inchiesta «Piccola Svizzera» che ha portato all’arresto di oltre 20 persone (52 in totale, gli indagati).

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I riscontri investigativi / Inchiesta anticamorra,
tra gli indagati c’è anche un geometra del Comune

L’operazione è scattata contro sette cosche napoletane; il personaggio dallo spessore criminale, evidentemente maggiore rispetto ai sodali, è risultato essere, argomentano i magistrati, l’ottantacinquenne Carmine Montescuro, alias zì Menuzzo («sindaco» della zona di Sant’Erasmo), considerato il «grande vecchio» della camorra campana.

Il «paciere della camorra» / La mediazione di Montescuro
per evitare lo scontro tra i clan Sarno e Lo Russo

A finire nel mirino dell’organizzazione malavitosa, anche gli imprenditori impegnati con le opere di restyling di Via Marina. Per le pressioni e le continue richieste, alcuni si vedono costretti perfino ad abbandonare il cantiere, e a lasciare i lavori incompiuti. Il titolare di una ditta di costruzioni, il primo marzo del 2017, paga una rata estorsiva, tramite bonifico bancario, intestato alla società di SalvatoreDe Francesco (classe 1965). Quest’ultimo è finito in carcere nell’ambito dell’inchiesta in oggetto.

La figura
di Salvatore
De Francesco

Di De Francesco (che risponde di associazione mafiosa e di estorsione) hanno parlato anche i collaboratori di giustizia, Giuseppe Manco e Ciro Niglio. Manco, il 10 marzo del 2009, fa mettere a verbale: «Mi attivai attraverso ’o Munuzz’, ovvero Carmine Montescuro, a sua volta zio di Salvatore De Francesco, detto Totore di Sant’Erasmo, proprietario di pompe di benzina sia a Napoli, che a Casal di Principe, che a Barra. Si tratta di esercizi della società Q8 con i quali egli effettua il riciclaggio dei soldi per il clan Sarno, di cui è favoreggiatore».

Le dichiarazioni
dei collaboratori di giustizia

Ciro Niglio, il 3 aprile del 2017, parla degli affari illeciti condotti dalla camorra all’interno del porto di Napoli. «Se ne occupava ’o Menuzzo che di cognome fa Montefusco (,a il pentito intende Montescuro Carmine). (Quest’ultimo) aveva la sua organizzazione a Sant’Erasmo e faceva le estorsioni insieme a Salvatore De Francesco che ha un autoricambi a Sant’Erasmo e un attico al Centro direzionale».

Il precedente / Clan Contini, le vittime pagavano
le estorsioni anche con bonifico bancario

Quindi, sottolineano gli inquirenti, nell’ordinanza, «(De Francesco) è indicato come persona a disposizione di Carmine Montescuro, nelle attività estorsive e nel riciclaggio di quegli illeciti proventi, attraverso le sue attività commerciali di rivendita di ricambi per autovetture e di gestore di distributori di carburante; le dichiarazioni dei collaboratori sono supportate dal materiale intercettivo che (riguarda) De Francesco e che ne delinea un ruolo significativo anche nella tenuta di rapporti con gli esponenti di altre consorterie criminali, oltre che il coinvolgimento nelle vicende estrosi ve».  

L’approfondimento / Camorra, ecco (pure)
perché Via Marina è la regina delle incompiute

Proprio a una società di De Francesco, viene intestato il bonifico da parte di un imprenditore taglieggiato. Il versamento ammonta a 20mila euro, ma Carmine Montescuro, annotano i magistrati, «avrebbe provveduto a dividere 10mila euro tra i vari clan: duemila euro avrebbe trattenuto per sé e 2mila li avrebbe dati ai Caldarelli, i restanti seimila sarebbero stati divisi tra le sei famiglie di San Giovanni. Tanto emerge in modo esplicito e chiaro, da una conversazione del  due marzo del 2017, che intercorreva, tra gli altri, tra Carmine Montescuro e Gennaro Caldarelli».