L'imprenditore Antonio Diana e il boss Michele Zagaria

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di Giancarlo Tommasone

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Secondo quanto raccontano i collaboratori di giustizia, ci sono due diversi tipi di imprenditori con cui ha a che fare il boss del clan dei Casalesi, Michele Zagaria: quelli semplicemente «taglieggiati» e dunque vittime di estorsione, quelli «amici», con i quali vi erano vere e proprie partecipazioni con quote nelle attività.

Quest’ultimo
tipo di imprenditori,
poi, pagava
il clan
che avrebbe
assicurato
«protezione»
in occasione
di richieste
di pizzo da parte
di cosche «estranee»

Tra i pentiti che attraverso le proprie dichiarazioni hanno fornito apporto per svelare i presunti legami tra detta organizzazione camorristica e imprenditoria, c’è anche Attilio Pellegrino. Che tra l’altro riporta anche un episodio relativo al pestaggio di un ex affiliato, Michele Barone

Pestaggio che sarebbe stato portato
a termine da Michele Zagaria in persona

Attilio Pellegrino è ritenuto dagli inquirenti «strettamente legato a Michele Zagaria, per conto del quale ha assunto ruoli fiduciari anche con riferimento alla gestione delle entrate del clan». Il pentito, il 23 febbraio del 2016, nel corso di un interrogatorio, si riferisce ai cosiddetti «repezzati» di Casapesenna, vale a dire gli imprenditori Diana. Così, infatti, sono soprannominati. Stiamo parlando di Armando, Antonio e di Nicola Diana, zio e nipoti, arrestati lo scorso 15 gennaio con l’accusa di concorso esterno in associazione di stampo mafioso.

Pellegrino racconta di un episodio capitato nel 2003,
quando gli fu affidato il compito
di occuparsi «di raccogliere i soldi» versati
da Antonio Diana, tra l’altro cognato dell’ex affiliato
ai Casalesi, Michele Barone.

«Mi ricordo che poteva essere primavera – dichiara Pellegrino –, come mi capitava spesso accompagnai Pasquale Zagaria con la sua auto. Quel giorno andammo a casa di Massimiliano Caterino. Io aspettai in macchina, mentre Pasquale Zagaria entrò in casa dove doveva partecipare a un incontro» a cui avrebbero preso parte «anche Michele Zagaria e un grosso imprenditore». Uno di quelli «amici», sottolinea Pellegrino, «con i quali Michele Zagaria partecipava con i propri mezzi economici». Si tratta di un imprenditore che il pentito conosce col nome di «repezzato».

La riunione ha luogo e quando in casa sono rimasti soltanto Caterino e Pasquale Zagaria, quest’ultimo chiama Pellegrino e lo fa salire. Poco dopo «io e Pasquale Zagaria andammo via e questi mi disse che si erano incontrati con l’imprenditore che mi indicò come “repezzato” e che da quel momento io mi sarei dovuto incontrare con i ragionieri di questo imprenditore, che mi avrebbero dato periodicamente dei soldi da consegnare allo Zagaria. Mi disse che si trattava di un grosso imprenditore operante nel settore della plastica e che si trattava del cognato di Michele Barone, avendo sposato la sorella di quest’ultimo». Edotto relativamente a tale circostanza, Pellegrino spiega – nel corso dell’interrogatorio del febbraio 2016 – che si fosse chiesto tra sé, come mai avessero affidato a lui un compito del genere, visto che avrebbe potuto tranquillamente continuare a svolgerlo proprio Michele Barone. «Nell’occasione però non chiesi, perché era meglio non fare troppe domande», afferma Pellegrino. Il perché lo scoprì da solo pochi giorni dopo quell’incontro che si era svolto a casa di Caterino.

Il motivo del pestaggio
di Michele Barone
fu spiegato a Pellegrino
da Pasquale Zagaria

«Incontrai Michele Barone con la testa fasciata. Io sapevo che Barone aveva il ‘vizietto’ della cocaina. Fu però Pasquale Zagaria a dirmi che Barone era stato picchiato da Michele Zagaria in quanto i soldi dell’imprenditore ‘repezzato’, cognato di Barone, fino ad allora erano stati raccolti da quest’ultimo, ovviamente facilitato nell’espletamento di tale compito dall’essere cognato dello stesso imprenditore», racconta Pellegrino. «Era però accaduto, così mi aveva raccontato Pasquale Zagaria, che da qualche tempo i soldi del ‘repezzato’ o non arrivavano proprio o arrivavano irregolarmente per tempi e ammontare», dice ancora il pentito. Da lì si era resa necessaria la riunione a casa di Caterino, summit durante il quale Michele Zagaria avrebbe appreso dallo stesso imprenditore che i soldi, lui, li consegnava al cognato (Michele Barone) sempre con puntualità.

Sarebbe dunque stato
quest’ultimo a non essere
regolare e preciso nel versarli al clan

Fu per questo motivo che fu deciso di assegnare ad Attilio Pellegrino il compito di incassare i soldi di Antonio Diana. Barone fu solo picchiato e non subì ulteriori conseguenze, solo perché, racconta sempre Pellegrino, «Michele Zagaria lo aveva praticamente cresciuto».

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