Colpo di scena davanti ai giudici del Riesame, l’imprenditore ottiene gli arresti domiciliari a Roma: era accusato di concorso esterno

Concorso esterno in associazione mafiosa, i giudici delle Libertà “graziano” l’imprenditore Antimo Cesaro e, dopo oltre due settimane di detenzione in carcere, gli concedono gli arresti domiciliari a Roma. Dal coinvolgimento in prima persona all’autoestromissione, i Cesaro avevano rischiato di pagare a carissimo prezzo la prossimità alle attività criminali della famiglia Puca. Dalla lettura del maxi-provvedimento cautelare eseguito il 9 giugno emergeva infatti che i fratelli Antimo, Aniello, Raffaele e Luigi fossero stati a loro volta anche destinatari delle gravi intimidazioni del clan. Una strategia del terrore consumatasi a suon di bombe e sparatorie e che viene descritta dal racconto di ben tre collaboratori di giustizia.

ad

Per tutti l’imputazione era quella di concorso esterno: dunque nessuna accusa associativa. Antimo Cesaro, soprattutto attraverso la gestione del centro polidiagnogistico “Igea”, avrebbe realizzato secondo i pm una società occulta con Pasquale Puca, consentendo a quest’ultimo di reimpiegare i proventi delle attività illecite e ottenendo di riflesso «protezione da ogni interferenza ambientale», così da «operare in totale tranquillità nelle ulteriori iniziative imprenditoriali intestate ai fratelli Aniello e Raffaele. Contestazione analoga era stata poi mossa nei confronti di Aniello e Raffaele Cesaro: in questo caso la “schermatura” sarebbe però avvenuta attraverso l’acquisto e la successiva edificazione del centro commerciale “Il Molino”.