Antonio Diana

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di Giancarlo Tommasone

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Bisognava utilizzare un espediente per non destare i  sospetti di forze dell’ordine e magistratura e gli imprenditori Diana (Armando, Antonio e Nicola, zio e nipoti, arrestati per concorso esterno in associazione di stampo mafioso, lo scorso 15 gennaio) ne avevano escogitati due.

A riferire
della circostanza
è il collaboratore
di giustizia
Attilio Pellegrino,
ex affiliato
alla fazione zagaria
del clan dei casalesi

Quando era al servizio del clan dei Casalesi era stato scelto proprio per raccogliere i soldi che i cosiddetti «repezzati» (così vengono chiamati i Diana di Casapesenna) facevano arrivare a Zagaria tramite i propri ragionieri. Il rapporto tra questi ultimi imprenditori e il vertice dei Casalesi erano stretti.

I Diana erano
considerati «amici»,
e nelle loro attività,
raccontano sempre i pentiti,
c’erano anche partecipazioni
dirette di Michele Zagaria

In cambio della «protezione» da altre cosche, i Diana pagavano una quota al clan, ma afferma, sempre Pellegrino, non si potevano considerare «imprenditori taglieggiati, erano imprenditori amici».

Il piano dei Diana per accreditarsi presso forze
dell’ordine e magistratura come imprenditori anticlan

Proprio perché non subivano intimidazioni di alcun genere rispetto invece ai tanti vessati che si trovavano  a lavorare nella stessa zona, i Diana avevano pensato di attuare un piano. A spiegarlo è Pellegrino nel corso di un interrogatorio a cui si sottopone il 23 febbraio del 2016.

Il pentito ricorda che, nel 2010, poco dopo essere stato scarcerato, si presentò presso la sua abitazione uno dei ragionieri dei Diana. «Questi mi disse che il suo datore di lavoro (Antonio Diana, ndr) aveva bisogno di far arrestare qualcuno per estorsione e mi chiedeva di sacrificare qualcuno. Mi disse che il ‘repezzato’ mandava a dire a noi del clan Zagaria che aveva bisogno di presentarsi alle forze dell’ordine come un imprenditore modello ed espressione della legalità e quindi doveva denunciare qualcuno», racconta Pellegrino. Che poi aggiunge: «Sempre a detta del ragioniere, era inoltre necessario, così disse di riferirmi il suo datore di lavoro, che fosse denunciato e arrestato qualcuno per estorsione, perché, in caso contrario diventava sospetto che un’azienda così grande (come quella dei Diana) non subisse estorsioni». Pellegrino, naturalmente, riferisce quanto gli è stato detto, a Michele Zagaria.

Gli parla al citofono, mentre il boss si trova
a casa di un affiliato, e gli spiega la situazione

La risposta di Zagaria è negativa, l’idea di Diana di far arrestare qualcuno del clan non va presa minimamente in considerazione. E allora a cosa ricorrono i Diana per accreditarsi presso forze dell’ordine e magistratura, e naturalmente anche opinione pubblica, come paladini della legalità e imprenditori anticlan? A spiegarlo è ancora una volta Pellegrino. «Io riferii al ragioniere del ‘repezzato’ quanto dettomi da Zagaria, vale a dire che l’idea di fare arrestare uno dei nostri non era stata considerata improponibile. Qualche tempo dopo incontrai di nuovo il ragioniere e questi mi disse che era stata adottata un’idea alternativa: il suo datore di lavoro stava infatti assumendo, o aveva forse già assunto, delle persone vittime o parenti di vittime della camorra, così da presentarsi come un paladino della legalità».

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