(Nelle foto il commissariato Ponticelli e il ras Luigi De Micco)

Ecco le intercettazioni a carico dell’imprenditore Abbate che hanno svelato i suoi rapporti con il sostituto commissario di Ponticelli: «Ma con Gino non si può parlare, quello è uno che subito uccide»

di Luigi Nicolosi

La notizia del suo arresto si è abbattuta come uno tsunami sugli ambienti investigativi napoletani. Il sostituto commissario Vittorio Porcini, esperto e scrupoloso investigatore in servizio a Ponticelli, è da tempo immemore impegnato nella lotta alla criminalità organizzata – sua la regia che ha portato alla disarticolazione dei Sarno – ma adesso proprio i suoi presunti rapporti con la mala di Napoli Est l’hanno portato a dover fare i conti con una grana giudiziaria dagli esiti al momento imprevedibili. Porcini, che adesso si trova ai domiciliari, è infatti accusato di aver intrattenuto, oltre che favorito ricevendone in cambio utilità di varia natura, rapporti personali con l’imprenditore Salvatore Abbate, anch’egli indagato, ritenuto molto vicino al gruppo De Micco “Bodo”: «Io con Vittorio mi trovo una bomba… guarda… ma con tutta la questura (commissariato di Ponticelli) nel senso che Vittorio mi ha purificato», affermava il costruttore arrestato non sapendo di essere sotto intercettazione.

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Le registrazioni in questione rappresentano uno dei pilastri dell’ordinanza di custodia cautelare che pochi giorni fa ha portato all’esecuzione di 17 arresti. Nell’ambito dell’indagine che ha fatto luce sul giro di tangenti che avrebbe interessato la partecipata regionale Sma Campania, sarebbe infatti emersa che la «vicenda collaterale», come la definiscono gli stessi inquirenti della Dda, che ha visto protagonista il sostituto commissario e altri due poliziotti, uno in servizio a Ponticelli, l’altro alla Mobile: «Veniva così acquisita – scrivono i pm – la prova non solo del rapporto di natura illecita che legava Porcini ad Abbate ma altresì emergeva in modo incontrovertibile la rivelazione del segreto istruttorio ad opera di altri appartenenti alla polizia di Stato che comunicavano a Porcini l’avvio del monitoraggio telefonico nei suoi confronti propri a causa del suo legame con Abbate. Malgrado ciò Porcini, pur manifestando il suo disappunto, in modo più cauto continuava a frequentare Salvatore Abbate».

Sul punto, si è rivelata determinante ai fini dell’indagine la conversazione intercettata tra Abbate e Ciro Striano il 17 novembre del 2017. I due commentavano l’ennesimo omicidio avvenuto a Ponticelli – eravamo nel pieno dell’ultima faida tra i De Micco e i D’Amico “Frauella” – e manifestano così le proprie perplessità: «Non ho capito… Dice che lo chiamano “’o pazzariello” di 35 anni, ma poi vicino al commissariato… vicino da Top Car… stava il perito dell’assicurazione… gli hanno sparato alla schiena… oggi gli unici che uccidono a Napoli sono questi qua… o perché si devono buttare… chi lo sa… fanno paura… a volte Vittorio (Porcini) viene… Vittorio ma cosa stai capendo… questi prima uccidono te e poi vengono a uccidere anche me… eh non preoccuparti… eh lo stai dicendo da tre anni ci stai facendo morire di fame», affermava Abbate, aggiungendo: «Io lo avviso di tutto». Abbate, imprenditore con alle spalle diversi guai con la legge, raccontando di aver ricevuto delle pressioni estorsive dalla mala della zona, fa quindi riferimento anche a un altro esponente delle forze dell’ordine: «Gianpaolo di San Giovanni è andato a Pescara… ma tu sposi alla figlia di un camorrista, poi hai uno scafo a mare… uno stipendiato di mille euro al mese… lo scafo a mare… l’orologio di 20mila euro al braccio… qua Vittorio non può mangiare… io con Vittorio mi trovo una bomba… guarda… ma con tutta la questura (commissariato di Ponticelli) nel senso che Vittorio mi ha purificato».

Raccontando il proprio rapporto con l’investigatore Salvatore Abbate finisce poi per tirare in ballo anche quello che all’epoca era il capo indiscusso del clan più temibile e sanguinario di Ponticelli: «Adesso lo dico proprio in piazza… ragazzo vai tu… perché questo… questo Gino (il riferimento è secondo i pm a Luigi De Micco) senti non si può parlare… io gli posso dire di nascosto cosa devi fare con questo scemo? Però cosa me ne fotte… prima mi dicevano fatti dare i soldi (delle estorsioni) e me li porti a me… ma io credevo si trattava di un piacere quindi era tutto regolare… e sono andato a prendermi sedici anni di carcere? E voi niente? Andate a fare i bucchini, chi vi conosce… I fratelli stanno inguaiati, ma penso che tra poco lo sarà anche lui… ci vuole tempo secondo te che lo alzano da terra? Se lo uccidono è ancora meglio». E ancora: «Quello è uno mio ex dipendente, lo picchiai e lo cacciai… è proprio Mario Merola, subito vuole uccidere… se è qualcosa subito ti manda a uccidere… Ciro, non conta fino a dieci. Fa proprio paura… quello che fa più paura è quello là che si vuole pentire… io mi paro il culo… questo ti uccide e non ti paga… perché questo dopo si prende anche la mesata dallo Stato.. e poi Vittorio dovremmo fare noi gli scemi?».

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