(Nella foto il pentito Salvatore Romano e il defunto Fortunato Sorianiello»

Il super pentito Salvatore Romano punta il dito contro il ras Tommaselli: «Era latitante, ma ci vedevamo tutti i giorni. I Vigilia lo abbandonarono dopo l’omicidio di Sorianiello»

di Luigi Nicolosi

Gli spogliatoi di un campo di calcio della periferia di Napoli Ovest utilizzati per i summit tra i nuovi ras di Pianura e Soccavo. Ed è proprio tra quelle quattro mura, lontano da occhi indiscreti, che l’omicidio di Fortunato Sorianiello, il figlio del boss Alfredo “’o biondo” ucciso nel 2014, sarebbe stato “confessato” dall’esecutore materiale. Carlo Tommaselli, spregiudicato capo della mala Pianurese, non avrebbe però mai immaginato che il proprio interlocutore, il capozona del clan Mele, Salvatore Romano “muoll muoll”, di lì a tre anni avrebbe iniziato a collaborare con la giustizia. Un passo falso che si rivelerà per lui fatale.

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Il retroscena è stato riferito dal pentito Romano nel corso dell’interrogatorio al quale è stato sottoposto alla fine del settembre del 2017. Il contenuto di quel colloquio, rimasto secretato fino ad oggi, rappresenta però uno dei punti cardine sui quali si è sviluppata l’inchiesta che pochi giorni fa ha consentito di fare luce sull’omicidio di Luca Megali, vittima innocente della camorra, ucciso nell’ambito di una vendetta trasversale maturata proprio in seguito all’omicidio di Sorianiello junior. «In quel periodo – scrivono gli inquirenti della Dda riportando le parole dell’ex ras Romano – Carlo Tommaselli era ancora latitante e si nascondeva nella zona di Fuorigrotta, ma si incontravano ogni giorno su un campo di calcio nei pressi della rotonda di via Piave, il cui proprietario riceveva dei soldi da Tommaselli in cambio della possibilità di mettere a sua disposizione gli spogliatoi dove avvenivano gli incontri».

Ricostruiti il contesto e il momento storico della vicenda, il collaboratore di giustizia entra quindi nel merito di quanto gli fu all’epoca riferito: «In tali occasioni Carlo Tommaselli gli raccontò di aver ucciso Fortunato Sorianiello, ma se ne era pentito perché i Vigilia, che prima lo sostenevano, dopo tale omicidio, per evitare guerre a Soccavo, gli girarono le spalle unendosi ai Sorianiello insieme ai Marfella. Non gli rivelò – scrivono ancora gli inquirenti – altri particolari dell’omicidio, che però gli furono in seguito raccontati da Filippo Tommaselli e da Antonio Megali detto “’o bandito”, affiliato a Carlo Tommaselli». A quel punto la situazione era ormai fuori controllo e la vita di Tommaselli appena a un filo. Capito che il suo tempo a Napoli era ormai giunto al capolinea, il ras di Pianura si sarebbe quindi dato alla macchia rifugiandosi in una casa a Ischitella.

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