L'affare del cemento e il misterioso greco

I VERBALI INEDITI L’affare internazionale sull’asse Napoli-Londra e il progetto di investire in Bulgaria

di Giancarlo Tommasone

Agli atti è riportato solo come il «greco». Un personaggio misterioso, sospettato di avere legami con Cosa nostra e che diventa deus ex machina dell’affare del cemento imbastito tra il Regno Unito e la provincia di Napoli. A parlarne nel corso di deposizioni rese nell’arco del 1995 (i verbali inediti sono pubblicati in esclusiva da Stylo24) è il collaboratore di giustizia, Fiore D’Avino. Che racconta anche dei legami esistenti tra il gruppo Russo di Nola e il greco, tramite un geometra e consigliere comunale di un piccolo centro dell’hinterland (fu strangolato con una fune e seppellito alle falde del Vesuvio. Il corpo sarà ritrovato soltanto quattro anni dopo il delitto, nel 1995, ndr).

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«(Il geometra) – fa mettere a verbale D’Avino – era il tramite dei Russo con il greco per la gestione (di una azienda di cementi). Che Pasquale Russo controllasse le forniture del cemento, per il tramite (di questa azienda, ndr), lo appresi soltanto nel 1991 o poco prima, allorché l’intero “direttivo” dell’organizzazione Alfieri fu coinvolto in discussioni lunghe e difficili per individuare il modo migliore per gestire quell’affare, che ormai tutti avevano capito che “era grande”. Fino ad allora, non so come, Russo era riuscito a tenere di fatto all’oscuro di tutto i suoi interessi (nell’affare cemento, ndr), non soltanto a me, ma anche ad Alfieri e agli altri capi».

La scoperta dell’affare tenuto
segreto ai vertici del clan

Scoperto il giro, secondo quanto afferma il collaboratore di giustizia, «si decise di verificare – così come aveva proposto il greco – la possibilità di costituire una società a Londra, di acquistare navi e chiatte per il trasporto e di far base, per lo sbarco del cemento, da un lato a Salerno e, dall’altro, nella zona di Formia». Lo scalo marittimo partenopeo non entra nei programmi, perché «fu deciso di escludere Napoli ed il suo porto, fino ad allora utilizzato, per evitare problemi con le organizzazioni napoletane, poiché (alcuni gruppi) avevano preteso una tangente sugli sbarchi. A tale proposito ricordo che ci fu una riunione con (uno di questi gruppi) durante la quale si decise di riconoscere loro una piccola quota».

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il collaboratore di giustizia:

i carabinieri lo salvarono

L’affare, però, soprattutto per motivi legati agli equilibri delle cosche coinvolte nell’operazione, non decollò. «La società londinese non fu costituita – afferma D’Avino – e l’intera operazione non andò in porto. Circa la precedente gestione delle forniture di cemento, Russo mi disse che lui curava il recupero dei crediti del greco. La valuta in lire, convertita in divise estere (in Campania, ndr), veniva poi consegnata al greco all’estero, tramite canali bancari svizzeri».

«Quello che so – continua il collaborante – lo appresi allorché Russo, dovendo mettere a parte l’intero direttivo dei suoi rapporti con il greco, decise di rivelarmi alcune cose, chiedendomi anche di accompagnarlo a Londra per incontrare il greco in uno dei suoi abituali viaggi finalizzati ai conteggi. Io rifiutai di accompagnarlo, essendo di natura diffidente e temendo di essere coinvolto in rischi anche per la mia incolumità». «Non so spiegare perché – dichiara D’Avino –, ma ho sempre sospettato che dietro al greco vi fosse “Cosa nostra”. Il greco ha, fino almeno al mio arresto, mantenuto i rapporti con Russo, consigliandogli anche investimenti nei paesi dell’Est (ad esempio, si parlava di aprire degli uffici d’affari in Bulgaria)».