di Francesco Vitale

In totale sono state eseguite dodici misure di custodia cautelare (9 arresti e tre obblighi di dimora in Campania): questi i numeri di una operazione che ha interessato vertici, gregari e fiancheggiatori della famiglia Imparato. I paglialoni, come sono meglio conosciuti nell’ambiente criminale, storicamente risiedono al Rione Savorito di Castellammare di Stabia. Tra le ipotesi di reato, contestate, a vario titolo agli indagati (18, complessivamente), c’è pure quella dell’estorsione.

Gli episodi,
l’attività di intelligence
messa in campo
dalle forze dell’ordine

Diversi episodi, supportati da intercettazioni ambientali e telefoniche, ma pure dai riscontri dei classici metodi investigativi, hanno fatto emergere il proposito del presunto ras Michele Imparato, detto zi’ Peppe, di imporre gli estintori della ditta Effedi  (per la quale lavorava, con un ruolo che va molto al di là di quello di semplice dipendente) ai commercianti in tutta la zona stabiese, non disdegnando il comprensorio dei Lattari.

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Per fare ciò, argomentano gli inquirenti, Zi’ Peppe si sarebbe avvalso della forza di intimidazione proveniente dalla sua appartenenza al sodalizio del Savorito.

Il clima
di intimidazione
L’assunzione del ras
nella ditta
di prodotti
antincendio

Ma tornando alla Effedi, va detto che la società è intestata a Domenico Fortunato (anche lui indagato nell’ambito dell’inchiesta in oggetto) e altre due persone, ma di fatto, sottolineano i magistrati, sarebbe stata «controllata» da Michele Imparato. Fortunato, però, a un certo punto va dai carabinieri e sporge denuncia.

L’imprenditore
indagato
va dai carabinieri
e sporge
denuncia

E’ febbraio del 2017. Nella richiesta dell’applicazione delle misure cautelari, è possibile leggere: «(Fortunato) dichiarava di essere il titolare dal 2015 della ditta Effedi e di occuparsi di manutenzione e fornitura di sistemi antincendio a vari imprenditori di Castellammare di Stabia, di Sorrento, di Gragnano, di Pimonte e cosi via. Aggiungeva che la Effedi Fire era una società fondata nel 2015 e che nel 2012 si chiamava Effedi Service».

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Precisa, inoltre, «di aver assunto ad agosto 2015, Michele Imparato, per intercessione di un amico (di un parente ) del predetto, al fine di permettere a Imparato di beneficiare dell’affidamento in prova». Fortunato dice ai carabinieri, che l’assunzione «era stata determinata dalla caratura criminale del soggetto, (e) di aver poi sfruttato le caratteristiche di procacciatore di affari del suddetto, cosa che gli  aveva permesso di avere un aumento di clienti di oltre il 50 %  non corrispondente però ad un effettivo guadagno». Infatti, chiarisce l’imprenditore (raggiunto dall’obbligo di dimora in Campania) «aveva  dovuto assumere anche (un parente) di Imparato, e (era) costretto a dare loro un paga settimanale di 200 euro ciascuno, nonché di versare inoltre 400 euro di contributi previdenziali ed altresì affrontare anche tante altre spese».

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Per quel che riguarda la chiusura dei contratti, Fortunato spiega agli inquirenti, «che Imparato aveva procacciato clienti, sottraendoli a oltre 5 ditte; aggiungeva di aver avuto da parte di Imparato, una proposta di fondare una nuova società nella quale Fortunato stesso doveva fungere da suo prestanome, ma di non averla accettata tanto è vero che a ottobre del 2016 aveva dato vita ad una nuova società, la “Iemme Antincendio”, insieme al fidanzato (di una parente)».

Con la nuova ditta, Zi’ Peppe, è annotato nella richiesta di applicazione delle misure cautelari, «aveva sottratto (a Fortunato), pur praticando un prezzo maggiore, quasi tutti i clienti di Castellammare di Stabia; motivo questo che aveva portato (Fortunato, ndr) a decidere o per la cessazione dell’attività lavorativa ovvero al trasferimento in altra provincia; ancora (Fortunato, ndr) dichiarava di essere stato costretto comunque a tenere alle sue dipendenze Michele Imparato (benché costui avesse costituito la Iemme), poiché il predetto, verso la fine del 2016, dovendo sostenere un processo, aveva bisogno, tra l’altro, di poter dimostrare  di avere un lavoro stabile al fine di godere di taluni benefici di legge richiesti all’Ufficio di Sorveglianza».

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Domenico Fortunato ribadisce ai carabinieri, «di essere stato costretto a fare tutto perché vittima dello spessore criminale di Imparato e dei suoi accoliti, capaci di imporsi su Castellammare di Stabia solo grazie ai loro metodi camorristici».

Il boss
e l’apertura
di una nuova
società

Secondo gli inquirenti, però, la denuncia presentata da Fortunato rappresenta soltanto «un maldestro tentativo di sottrarsi alle sue responsabilità, atteso che dalle intercettazioni era emerso un ruolo ben diverso, concorrente nei reati posti in essere da Imparato».