Francesco Schiavone, Salvatore Lo Russo, Giuseppe Misso e Francesco Belviso

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di Giancarlo Tommasone

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Padri e figli, uniti non solo da vincoli di sangue, ma pure dal destino, molto spesso criminale. Sono tanti gli esempi del «passaggio di testimone» dai genitori ai rampolli di famiglie malavitose. E’ qualcosa di naturale, purtroppo, per chi è nato e cresciuto in certi ambienti.

Ci sono comunque tantissime eccezioni, che testimoniano del libero arbitrio, della forza di dire no, del ribellarsi al sistema dell’anti Stato

Nonostante i legami profondi, nonostante quella che può sembrare la più scontata delle eredità. Nonostante tutto. La stessa vita, la stessa scelta alcune volte è condivisa da padri e figli, anche quando si tratta di saltare il fosso e cominciare a collaborare con la giustizia. Capita pure però, che il pentitismo si insinui nel rapporto familiare e allontani per sempre chi ha scelto una strada diametralmente opposta rispetto a quella seguita dal parente.

Ne è un esempio il percorso intrapreso da Nicola Schiavone
(figlio di Francesco alias Sandokan), che da alcuni mesi
ha cominciato a svelare i segreti del clan che per anni ha guidato

Una scelta del genere porta inevitabilmente anche ad accusare il proprio «sangue». E può provocare reazioni. L’irriducibile padrino dei Casalesi, Sandokan, appunto, intervenendo in videoconferenza nell’ambito del processo per l’omicidio di Vincenzo Martino, che lo vede imputato, ha reso dichiarazioni spontanee e si è rivolto proprio al pm che rappresenta l’accusa in detto procedimento. «Mi sembra – ha detto Sandokan – che in aula ci sia il pm Ranieri. Lei pure, dottore, dovrebbe chiedersi perché i pentiti non dicono subito le cose… poi ci sono i suggeritori… gliele fanno dire», ha riportato «Il Mattino» nell’articolo a firma di Mary Liguori. Ironia della sorte, nemmeno poi tanta, il pm Vincenzo Ranieri è uno dei magistrati che stanno interrogando il collaborante Nicola Schiavone, figlio di Francesco. Le strade di questi ultimi, al momento si sono divise, ma la camorra – abbiamo scritto all’inizio del pezzo – racconta anche altre storie, storie di padri e figli, di parenti, che hanno condiviso oltre alla scelta di far parte della malavita anche quella del pentitismo.

Pentitismo, i boss che seguono le orme dei propri familiari

Antonio Lo Russo ha seguito le orme paterne, quelle di Salvatore, vertice dei Capitoni di Miano, passato a collaborare con la giustizia nel 2011. Il grande salto, Antonio lo fa cinque anni dopo il padre, nel 2016. Dalla periferia nord di Napoli alla Sanità, quartiere del «ventre molle» partenopeo, che per molti anni è stato sotto il controllo dei Misso. Nel 2007 si assiste prima al pentimento di Emiliano Zapata e di Giuseppe jr, nipoti di Giuseppe Misso ’o nasone (Missi all’anagrafe), e poi alla collaborazione di quest’ultimo. Trasferendoci a Castellammare di Stabia e alla camorra locale, nel 2011 si registra la «svolta» di Salvatore Belviso, ex elemento apicale dei D’Alessandro.

 

Belviso, tre settimane dopo essere passato a collaborare con la giustizia, ammette di aver consegnato al killer la pistola per consumare l’omicidio del consigliere comunale stabiese del Pd, Luigi Tommasino (ucciso il tre febbraio del 2009). La strada imboccata dal figlio, sarà la stessa che alcuni mesi dopo seguirà il padre, Francesco Belviso, meglio conosciuto come Ciccio ’o mister (per i trascorsi giovanili nel mondo del calcio). Secondo gli inquirenti il contributo del «collaborante Belviso Francesco» ha fornito un supporto fondamentale per fare luce sugli affari della cosca di Scanzano (i D’Alessandro, appunto) e sui rapporti intessuti dall’organizzazione criminale stabiese a tutti i livelli del tessuto sociale. Si trovava in località protetta, quando alla fine dello scorso gennaio (all’età di 58 anni), è deceduto in seguito agli effetti provocati da un lunga malattia.

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