(Nelle foto Antonio Calone, Maria Licciardi e il pentito Gennaro Carra)

Il pentito Genny Carra è un fiume in piena e ricostruisce le fasi che portarono all’avvicinamento del ras di Posillipo al sistema del rione Traiano: «Divenne uno dei capi ma fu un’esperienza pessima, faceva solo debiti»

di Luigi Nicolosi

Nella vita avere le amicizie “giuste” può rivelarsi molto importante. Deve saperlo piuttosto bene Antonio Calone, storico ras di Posillipo molto attivo nel traffico di stupefacenti, che dopo la sua scarcerazione si era ritrovato improvvisamente abbandonato dal suo storico clan di riferimento, la famiglia Licciardi di Secondigliano. A quel punto il 48enne padrino del Casale non si è però perso d’animo e, stando a quanto rivelato dal super pentito Gennaro Carra, si sarebbe subito rimesso in carreggiata chiedendo una mano a quello che era all’epoca il capo indiscusso, insieme a Enzo Cutolo, del sistema della “44” del rione Traiano: «Era in difficoltà economiche e decisi di affiliarlo dandogli la somma di 3mila euro al mese».

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L’ex boss Carra con le sue rivelazioni ha già contribuito allo sviluppo di diverse inchieste sulla mala dell’area flegrea e l’ultima indagine che ha colpito i clan Cutolo e Sorianiello pochi giorni fa non ha fatto eccezione. Le ricostruzioni di Carra rappresentano infatti anche in questo caso uno dei pilastri portanti dell’ordinanza di custodia cautelare che a inizio settimana ha portato all’esecuzione di undici arresti. Il collaboratore di giustizia, nel corso dell’interrogatorio al quale è stato sottoposto il 7 agosto del 2019, all’inizio dunque del suo pentimento, ha fornito una lunga e circostanziata descrizione del ruolo criminale di Antonio Calone, volto più che noto alle pagine di cronaca nera e giudiziaria napoletana.

Sul punto, Carra ha rivelato diversi inediti retroscena, come il fatto che Calone fosse stato scaricato dal clan che fedelmente aveva servito per tanti anni: «Tonino Calone quando uscì dal carcere nel 2013 venne a casa mia e mi spiegò di avere difficoltà economiche anche perché era stato abbandonato dalla Masseria Cardone e cioè i Licciardi. Era l’autista di Maria Licciardi. A quel punto decisi di affiliarlo al clan Cutolo e gli ho corrisposto la somma di 3.000 euro al mese. La mia intenzione era di avere a fianco un personaggio di spicco della mala flegrea che potesse sostituirmi in caso di arresto». Il piano di Carra si rivelò però ben presto fallimentare: «In realtà Calone fu una delusione da questo punto di vista. Infatti nel periodo in cui sono stato detenuto dal febbraio 2017 al 25 maggio 2018, essendo stato scarcerato con l’obbligo di dimora fuori regione, il comando del clan fu assunto da Antonio Calone e Francesco Pietroluongo “’o checco” con risultati pessimi».

Insomma, un’esperienza da non ripetere: «Calone – ha messo ancora a verbale Carra – aveva contratto diversi debiti per droga, avendo acquistato cocaina senza pagarla. Calone passava più tempo con noi al rione Traiano, dove è stato anche controllato due volte avendo il libretto rosso che a Posillipo, dove comunque gestiva alcune attività illecite, ossia piccole estorsioni che non divideva con il clan Cutolo. Calone entrò nel nostro clan perché voleva far parte del giro della droga». Le accuse mosse dall’ex boss dei “Borotalco” si sono rivelate, almeno fin qui, più che fondate. Non a caso Antonio Calone pochi giorni fa è stato ammanettato con l’accusa di essere uno dei capi e promotori della cosca della “44”. 

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