Si difende il «testimone e collaboratore di giustizia» (è così che si autodefinisce), che nei giorni scorsi è finito al centro della scena mediatica nazionale, poiché accusato di aver scalciato un bimbo marocchino di tre anni. L’uomo, fratello di un altro pentito, anche lui ex esponente della camorra campana, è stato denunciato insieme alla moglie e trasferito in una nuova località protetta. Due versioni a confronto: quella che vuole il 24enne colpevole di aver colpito con un calcio allo stomaco, il piccolo, dopo che quest’ultimo avrebbe provato ad avvicinarsi alla sua bambina.

La versione
del presunto
aggressore
che respinge
ogni accusa
di razzismo

E quella, invece, con la quale, il protagonista adulto della storia, racconta di come non sia avvenuta alcuna aggressione. Anzi, da quanto dichiara il collaboratore di giustizia, attraverso una sorta di «nota» indirizzata alla stampa, l’aggredito sarebbe stato proprio lui, insieme a sua figlia.

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che si avvicina al figlio: è il fratello di un pentito

Il 24enne ha riferito che quel giorno si trovava in Via Macallè a Cosenza, e ha creduto che volessero ammazzarlo. Ha detto – naturalmente, sottolineiamo, questa è la sua versione – che alcuni bambini hanno assestato due ceffoni a sua figlia, e che subito dopo lui stesso è stato aggredito da un adulto. Temendo si trattasse di una spedizione di morte della camorra, e finanche, di un tentativo di rapimento della sua bambina, avrebbe reagito spostando il piccolo di tre anni con un piede.

La paura di essere ammazzato
Il timore del rapimento della figlia

Nessuna aggressione, men che mai a sfondo razziale, dunque, almeno stando alla versione dell’uomo. Per allontanare da sé ogni sospetto e riconducibilità a una azione certamente, deprecabile, il pentito ha chiesto agli investigatori di visionare le immagini delle telecamere di videosorveglianza. Al momento, però, non è certo che la scena incriminata sia stata ripresa dagli occhi elettronici.

Tornando sull’accusa di aver agito per motivi di razzismo, il testimone e collaboratore di giustizia, fa sapere che si tratta di pura invenzione,e aggiunge che in passato ha lavorato con persone straniere, e che aveva extracomunitari come dipendenti quando gestiva una piccola attività. Non avrebbe avuto niente contro degli stranieri, e poi, ribadisce, non avrebbe mai potuto far del male a un bambino. Comunque sia andata la storia, e gli inquirenti sono al lavoro per fare piena luce sull’accaduto, resta la gravità legata al trasferimento a Cosenza di un collaboratore di giustizia campano.

La denuncia
e il trasferimento
in una nuova
località protetta

La città calabrese, infatti, è notoriamente considerata territorio di latitanza per gli esponenti della camorra, e tra l’altro è comprovato lo stretto rapporto di collaborazione tra ’ndrine e organizzazioni malavitose della Campania. Va considerata la circostanza, dunque, che se qualcuno avesse voluto individuare il pentito e la sua famiglia, per avvicinarlo e portare a compimento intimidazioni, o nel caso estremo, un agguato, avrebbe avuto compito effettivamente semplificato.