Trentaquattro arresti contro gli Angelino. Droga, racket e milioni nascosti in casa, mentre soltanto un imprenditore denunciò le estorsioni
Tre milioni e trecentomila euro nascosti sotto il piatto della doccia e vicino al battiscopa della cucina. Il tesoro trovato in un appartamento di Caivano accelera l’inchiesta sul clan Angelino e accompagna i carabinieri verso il blitz che porta a 34 arresti.
I milioni affidati alla custodia della famiglia
A indicare agli investigatori dove guardare è il collaboratore di giustizia Giovanni Barra. Nei suoi verbali racconta che Carmela Maugeri custodisce il denaro in casa e si allontana il meno possibile.
«È Carmela Maugeri a vigilare sul denaro che nasconde in casa. Non lascia mai l’immobile e ad aiutarla è anche la figlia quindicenne, che ha un telefono per avvertirla in caso di pericolo».
Quando i carabinieri entrano nell’appartamento trovano 3,3 milioni di euro in contanti e undici Rolex per oltre 127mila euro.
Dal denaro gli investigatori risalgono alla macchina del clan
L’ordinanza firmata dal gip Lucia De Micco supera le mille pagine. Le contestazioni, formulate a vario titolo, vanno dall’associazione mafiosa al traffico di droga e comprendono armi, spaccio ed estorsioni.
È lo stesso territorio dove negli anni sono state ricostruite piazze di spaccio organizzate con turni, vedette e sistemi di controllo. Anche recenti operazioni dei Carabinieri al Parco Verde hanno mostrato quanto quel mercato continui a interessare i gruppi criminali dell’area.
La cocaina viaggiava dalla Spagna e dal Sudamerica
Secondo l’accusa, l’organizzazione gestiva grandi quantitativi di stupefacenti importati dalla Spagna e dal Sudamerica. La cocaina finiva nelle piazze di spaccio, alcune protette da impianti di videosorveglianza clandestina.
Caivano era già comparsa nelle dichiarazioni di altri collaboratori come punto di rifornimento per Napoli Est. Lo raccontano anche le ricostruzioni sui carichi di cocaina partiti dal Parco Verde.
Il racket chiedeva soldi, ma a denunciare fu uno solo
I guadagni, secondo gli inquirenti, non arrivavano soltanto dalla droga. Nel mirino del clan finivano soprattutto gli imprenditori edili, chiamati a pagare in occasione di Natale, Pasqua e Ferragosto.
Soltanto uno avrebbe trovato la forza di rivolgersi allo Stato. In un cantiere di via Impastato, gli operai sarebbero stati avvicinati da uomini armati che intimarono: «Smettete di lavorare e andate da chi di dovere».
Dal carcere continuavano a partire gli ordini
Al vertice, per l’accusa, c’era Raffaele Zambella, capace di mantenere i rapporti con il gruppo anche dalla cella. Al suo fianco agiva il nipote Roberto Maugeri.
Ed è proprio il carcere ad aprire un altro capitolo dell’indagine. I telefoni cellulari, secondo quanto ricostruito, arrivavano all’interno degli istituti anche attraverso droni. Nicola Gratteri insiste da tempo sull’uso di contromisure tecnologiche e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dispone oggi di una struttura dedicata ai sistemi antidrone e alle schermature elettroniche.
Gratteri mette i sequestri sul conto della giustizia
Il procuratore lega l’operazione anche alla discussione sul costo delle intercettazioni: «Con l’indagine di questa mattina ci siamo pagati quasi un anno di intercettazioni solo a Napoli. E pensate che di queste operazioni ne facciamo diverse a Napoli».
Se arriverà una confisca definitiva, il denaro potrà confluire nel Fondo unico giustizia. È da qui che nasce il ragionamento di Gratteri: una parte dei beni sottratti alla criminalità può tornare a finanziare il funzionamento dello Stato.

















