Corte d’appello di Roma – Sezione III penale – Sentenza 1 aprile 2019 n. 4470

Con sentenza del 21 ottobre 2014, pronunciata all’esito di giudizio ordinario il Tribunale di Tivoli in composizione monocratica condannava l’imputata alla pena di mesi 8 di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali, per il reato di cui all’articolo 385 c.p.
La sentenza ricostruiva i fatti rappresentando che l’imputata, nonostante la detenzione domiciliare, era stata sorpresa dagli operanti all’interno dell’abitazione della vicina di casa intenta a prendere un caffè.

In appello la Difesa deduceva la sussistenza dell’esimente dello stato di necessità, affermando che l’imputata era uscita per recuperare il suo cane aggressivo e potenzialmente pericoloso per chi si fosse a lui avvicinato e che,poi, colta da un improvviso malore, dopo la corsa era stata soccorsa dalla vicina .
Per il caso di specie risulta,dunque, pacifica la sussistenza dell’elemento materiale del delitto di evasione dagli arresti domiciliari, che è integrato da qualsiasi allontanamento dal luogo degli arresti domiciliari senza autorizzazione, anche se di breve durata ed implicante uno spostamento di modesta distanza, e persino se lo spostamento sia limitato a spazi rientranti nell’area condominiale, cortili, giardini, o altri spazi che non siano di stretta pertinenza dell’abitazione (per tutte, Cass.,27/4/98, Bemi, cass. pen., 1999, 2144; Cass., sez. VI, 26/11/2015, n.50014).

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Michele Riggi, avvocato penalista

Allo stesso modo, sotto il profilo dell’elemento soggettivo e della ricollegabilita’ dell’evento alla volontà dell’imputata, va sottolineato che si tratta di un reato a dolo generico, consistente nella consapevole violazione di lasciare il luogo di esecuzione della misura senza la prescritta autorizzazione, a nulla rilevando i motivi che inducono il soggetto ad eludere la vigilanza sullo stato custodiale (cfr. Cass., sez. VI; 6/11/2008, n. 44969).
Per ciò che concerne, invece, gli specifici motivi attinenti alla punibilità, non appare fondato il richiamo alla scriminante dello stato di necessità.

L’operatività della scriminante dello stato di necessità è subordinata alla severa verifica dell’esistenza dei presupposti individuati dall’art. 54 c.p. La giurisprudenza ha infatti sancito la necessità di procedere ad un’indagine rigorosa sull’effettiva sussistenza dei requisiti di tale esimente. Pertanto, a voler approfondire tale aspetto analitico, il primo elemento che configura la nozione penalistica dello stato di necessità è rappresentato dalla presenza di un pericolo attuale, che si concreta nell’imminenza di un danno grave alla persona. L’attualità del pericolo può essere intesa come una minaccia di lesione incombente al momento del fatto, ossia come una situazione che, potendo in breve tempo evolversi in lesione, imponga di agire nell’immediatezza o, comunque, anticipatamente, ma presuppone comunque l’ineluttabilità dell’azione, requisito che ricorre quando sia accertata l’impossibilità di evitare il pericolo se non ponendo in essere una condotta integrante reato.

Nel caso di specie la versione fornita dall’imputata e dalla teste escussa, non appare credibile in quanto non trova conforto nell’accertamento degli operanti che hanno escluso che l’imputata lamentasse un qualunque malore, avendola invece sorpresa a prendere un caffè con la propria vicina. In ogni caso, la stessa non configura una situazione rientrante nell’ipotesi scriminata nei termini precisati, mancando il pericolo attuale di un danno grave alla persona, non altrimenti evitabile, avendo avuto al più l’appellante un malore passeggero, passato con acqua o caffè assunto all’interno della abitazione della vicina.

Come dire… anche un semplice caffè non sempre aiuta a stare meglio.

A cura dell’Avv. Michele Riggi, con studio in Torre Annunziata e Napoli.