Ugo Russo (il rapinatore 15enne ucciso domenica notte) e Nunzio Giuliano (foto tratta da un servizio di Rai 1)

LA STORIA DELLA CAMORRA / I fatti registrati al Pellegrini dopo il decesso di Ugo Russo e il corteo «non autorizzato» per i funerali del 15enne, trovano un precedente in un episodio che vide protagonista la famiglia Giuliano

di Giancarlo Tommasone

Si sono registrati momenti di tensione ieri mattina, durante il corteo funebre, per l’ultimo saluto a Ugo Russo, il rapinatore 15enne ucciso da un carabiniere nella notte dello scorso primo marzo. Nonostante il divieto di svolgere i funerali, per le disposizioni del decreto sul coronavirus, amici e parenti del ragazzo, sono partiti dall’abitazione del giovane e hanno trasportato la bara bianca, per alcune centinaia di metri. Il corteo stava per imboccare Via Roma, quando si è trovato davanti un cordone di polizia che ne ha bloccato il prosieguo.

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A questo punto la situazione si è fatta più complicata, anche se, per fortuna, dopo qualche minuto di concitazione, la bara è stata alloggiata nel carro funebre, per raggiungere il cimitero. Bisogna ricordare, che dopo il decesso del ragazzo, una decina di persone hanno letteralmente devastato il pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini. Quanto avvenuto sia ieri, che nella notte del primo marzo, riporta la memoria a fatti registrati la sera del 10 dicembre del 1987. Siamo sempre a Napoli, ma in un’altra zona, a Forcella.

L’irruzione di 200 persone
nella struttura di Via Egiziaca

Oltre duecento persone fecero irruzione nel pronto soccorso dell’ospedale Ascalesi, e con la forza, si impossessarono del cadavere di un giovane morto poco prima per overdose. La salma fu caricata su una autovettura, che si dileguò all’istante. Il giovane era stato ricoverato nel pomeriggio, in gravissime condizioni, accompagnato presso il nosocomio di Via Egiziaca, da una decina di amici. Si trattava di Vittorio Giuliano, di 18 anni, figlio di Nunzio (fratello di Luigi), all’epoca elemento di vertice dell’omonimo clan di Forcella.

La delicata trattativa
tra il capo
della Squadra Mobile
e i familiari del defunto

Il cadavere fu «restituito» dai parenti, alla fine di una articolata trattativa, conclusasi intorno alle 22 dello stesso giorno, e imbastita dall’allora capo della Squadra Mobile di Napoli, Matteo Cinque. I Giuliano, infatti intendevano far svolgere i funerali del 18enne, facendoli partire dalla loro abitazione. Quando la polizia accerchiò la zona di Forcella, con numerosi agenti ed automezzi, nella casa del defunto, cominciavano a giungere le prime corone di fiori. Cinque riuscì a persuadere i parenti del ragazzo, chiarendo anche che, di fronte a una resistenza, ci sarebbe stata un’azione di forza. A cui non fu necessario ricorrere. Il corpo del giovane, che era stato adagiato sul letto dai congiunti, fu deposto in una bara, e trasportato su un carro funebre. Che, su disposizione del magistrato, accompagnò il feretro presso la sala mortuaria del I Policlinico, dove sarebbe stata effettuata l’autopsia.

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Nunzio Giuliano, nei giorni precedenti all’episodio appena descritto, era stato condannato a tre anni di soggiorno obbligato da trascorrere a San Quinto, un piccolo paese del Veronese. La misura di prevenzione era stata decisa dal tribunale, sulla base di una informativa di polizia giudiziaria, nella quale si sottolineava «il rango e il ruolo di primaria importanza del boss, nella gestione degli affari del clan». Con la stessa decisione il tribunale condannò l’uomo al pagamento di una cauzione di cento milioni di lire, e alla confisca di un appartamento in Via Ascensione, valutato mezzo miliardo.

La dissociazione dalla camorra

Per dovere di cronaca va pure sottolineato, che Nunzio Giuliano si dissociò dalla camorra. La decisione maturò proprio in seguito alla morte del figlio, stroncato da una dose eccessiva di droga. Da allora si gettò alle spalle il proprio passato da camorrista, invitando i giovani a stare lontani da quegli ambienti, dispensatori di morte. Fu ucciso nel marzo del 2005 da una coppia di sicari, all’età di 57 anni. I suoi killer, ad oggi, rimangono senza volto.

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