Il defunto capo dei capi, Totò Riina. Cosa nostra voleva colpire anche Napoli

I verbali del pentito Antonino Fiume agli atti del processo sulla ’Ndrangheta stragista

di Giancarlo Tommasone

Una super-cupola con sede a Milano, un «consorzio» di cui facevano parte i vertici di ’Ndrangheta, camorra, Sacra corona unita e ambienti riconducibili a Cosa nostra (anche della corrente del capo dei capi Totò Riina e quindi dei corleonesi). A parlare del consorzio è stato, il 26 gennaio del 2015, il collaboratore di giustizia Antonino Fiume, un passato di vertice nella cosca De Stefano di Reggio Calabria. Il verbale di interrogatorio è finito agli atti del processo ’Ndrangheta stragista, conclusosi alcune settimane fa con la condanna all’ergastolo dei boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone.

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I verbali del collaboratore
di giustizia Antonino Fiume

«Parlando di armi senza alcun contrassegno, è importante sottolineare che quelle di cui disponevano anche i De Stefano erano in realtà gestite dal “consorzio”, che è una mia definizione, che si identificava con un organismo collegiale di vertice composto da più soggetti appartenenti alla ’Ndrangheta, alla camorra, alla Sacra corona unita e a una parte di Cosa nostra, che in tale organismo era rappresentata da Jimmy Miano e Turi Cappello (entrambi catanesi). Se non sbaglio vi erano anche componenti riferibili ai Madonia». Fiume, sollecitato dalle domande dei pm, racconta pure come fosse strutturato il consorzio.

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I componenti di vertice di tale organismo, che aveva sede a Milano ed era stato costituito tra il 1986 e il 1987 – spiega il pentito – erano per la ’Ndrangheta, «Franco Coco Trovato e Antonio Papalia. Ho avuto modo di apprendere dell’esistenza del consorzio direttamente, avendo preso parte ad alcune riunioni dello stesso, destinate a decidere varie azioni criminose, tra le quali anche omicidi». La componente ’ndranghetista è quella maggioritaria, «il consorzio era riconosciuto dal vertice del crimine nella persona di Antonio Pelle (e dallo stesso Mico Alvaro), e serviva a coordinare tutte le attività illecite che si svolgevano sul territorio nazionale», afferma Fiume. Che parla anche degli altri «azionisti» della supercupola del crimine, tra essi pure Giuseppe e Carmine De Stefano.

La componente campana
del consorzio faceva capo al clan Ascione

Relativamente alla componente campana, Antonino Fiume dichiara: «Quella di camorra che aderiva al consorzio faceva capo al gruppo Ascione di Ercolano, nelle persone di Raffaele Ascione (deceduto nel 2004, ndr) e dei soggetti a lui legati da rapporti di parentela. Della componente di camorra faceva parte anche il cugino di Tonino Schettini, titolare di una pizzeria ubicata nel comune di Calco (provincia di Lecco)».

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Ma perché e con quale obiettivo era nato il consorzio? «Prima di tutto, per coordinarsi e prendere le decisioni che riguardavano le azioni criminose più delicate», spiega il collaboratore di giustizia. All’uopo si convocava una assemblea di vertice, che ricalca in tutto e per tutto le riunioni della commissione di Cosa nostra. «Il consorzio si riuniva per dare il via libera ad operazioni ai danni di appartenenti all’organizzazione di tipo mafioso o relative a soggetti che avevano rapporti con la stessa organizzazione. Per consumare gli omicidi eccellenti si verificavano anche scambi di killer tra le varie strutture criminali consorziate», sottolinea Fiume. Che dunque fa intendere come il consorzio abbia avuto da un lato ruolo estremamente decisionale (inappellabile), dall’altro di garanzia di equilibrio tra le componenti.