Una trafila in bronzo

Un tecnologo alimentare a Stylo24: prendono in giro il consumatore raccontando la favola della tradizione che rende migliore il prodotto, ma è solo una questione di marketing

di Giancarlo Tommasone

Da anni viene ripetutamente diffuso il jingle attraverso il quale piccole e grandi aziende decantano la pasta trafilata al bronzo, che è diventata un must, sinonimo di tradizione applicata all’alta qualità del prodotto. Ma sarà, in effetti, così? Stando alla testimonianza di un tecnologo alimentare che ha contattato la redazione di Stylo24, «si tratta esclusivamente di una operazione di marketing, attuata solo per far ritenere quel tipo di prodotto più buono degli altri». Il tecnologo in questione lavora nel settore da molti anni, un nome noto nel suo campo, e per motivi di opportunità, preferisce restare anonimo. «Ho avuto esperienza nei piccoli pastifici artigianali come in quelli della grande produzione, ma sono stanco di vedere i consumatori presi in giro su quello che viene commercializzato nei supermercati. Pochissime persone conoscono il lato oscuro della pasta, ma adesso è giusto che le cose si sappiano».

ad
Una trafila al ‘bronzo’ in azione

Secondo quanto ci riferisce il professionista, «ormai da anni vengono pubblicizzati prodotti con la dicitura “trafilata al bronzo” o cose del genere. E’ diventato un brand e tutti pensano che sia un metodo di qualità legato alla tradizione, e che la pasta sia più buona». Ma questo, dichiara, «è soltanto uno dei più grandi inganni nel settore alimentare e la verità sta davanti ai nostri occhi, ma ci hanno talmente bombardato con il marketing che non mettiamo più in discussione concetti anche basilari». La prima questione che affronta il tecnologo è relativa al materiale delle trafile.

Il «lato oscuro» della pasta

«Vi siete mai chiesti perché, in qualsiasi settore alimentare, viene usato l’acciaio inox? Perché usiamo posate in acciaio? Perché utilizziamo stoviglie in acciaio e tutti gli strumenti industriali sono in acciaio inox mentre “stranamente” nella pasta ci viene presentato un metallo che di sicuro con il contatto alimentare, ha ben poca attinenza? Tra l’altro, negli stessi pastifici, tutti gli impianti vengono realizzati in acciaio inox, solo le trafile sono rimaste ai tempi dei romani», afferma il tecnologo, che passa in rassegna, quelle che ritiene tre bugie che verrebbero propinate «scientificamente» al consumatore, solo per invogliarlo a comprare.

Il tecnologo svela a Stylo24 le «3 bugie»
legate alla produzione con trafile in bronzo

«La cosa sconcertante è che nessuno hai mai visto una vera trafila in “bronzo” e nessuno sa esattamente cosa voglia dire. Ve la spiego brevemente. Prima bugia: le trafile non sono fatte di bronzo puro, ma di una lega di rame e alluminio chiamata bral. E’ una lega particolare che non contiene stagno, bensì alluminio, nickel e ferro. Quindi la dicitura reale dovrebbe essere trafilata al bral e non al bronzo».

«Le immagini delle trafile
che nessuno
vuole farci vedere»

La seconda bugia ha a che fare con una «vera e propria credenza popolare, che si basa su nessun fondamento. Non è il materiale che dà qualità alla pasta. Come prima cosa, non è il metallo in sé che fa risultare la pasta più o meno rugosa, ma è appunto solo una questione di finitura del materiale stesso». E inoltre, chi decide, se il materiale che entra in contatto con l’alimento sia idoneo, vale a dire, non ci siano rischi per la salute umana? Si domanda ancora il tecnologo e affronta la terza bugia.

La normativa sull’idoneità dei materiali
che possono entrare in contatto con gli alimenti

«In Italia c’è una legge da tantissimi anni, il decreto ministeriale del 21 marzo 1973. Questo decreto è stato poi aggiornato, più volte, negli anni, ma già dal ’73 le idee sui materiali che sono ritenuti idonei al contatto, erano molto chiare. C’è una lista con numerosi materiali, metallici e non, che possono essere usati per gli alimenti a determinate condizioni». Spiega, e qui emerge una vera e propria sorpresa: «Nella lista non è mai comparso alcun materiale a base di rame (come il bronzo). Qualcuno hai mai visto una trafila in bronzo nuova e una usata? Noi del settore, ci abbiamo a che fare tutti i giorni».

Il tecnologo tiene a sottolineare che «queste informazioni o immagini (e video, che ci ha fornito e che pubblichiamo, ndr) non potevano essere divulgate per ovvie ragioni, ma negli ultimi anni da quando sono nati i fenomeni social e il brand “trafilata al bronzo”, le cose sono cambiate. Piccoli produttori, giovani titolari di imprese alimentari pubblicizzano senza pudore il loro lavoro con le trafile in bronzo, senza rendersi conto di quello che fanno».

Come si può vedere dalle immagini che pubblichiamo, «le trafile non sono nuove, ma usate e la tendenza è proprio quella di utilizzare tali accessori fino allo sfinimento perché le trafile sono costose e conviene utilizzarle e poi pulirle più volte. Queste trafile diventano scure già dal primo utilizzo a causa dell’umidità e del calore. Con il tempo diventano sempre più scure e deteriorate con fuoriuscite di verderame. Oltre tutto l’usura di tale materiale si vede anche dal coltello che passa per tagliare la pasta. Ci sono delle zone scavate nel “bronzo” dalla lama».

Le domande
del tecnologo
al consumatore

Il tecnologo domanda: «Secondo voi quel materiale asportato dove va a finire?». Nella pasta, in effetti. Ma ci sono dei rischi per la salute del consumatore? Chiediamo. «Parliamo di un rilascio di materiale, per ‘usura’, estremamente limitato. E che si disperde nella quantità elevata di prodotto, perché, giusto per intenderci, dalle trafile escono 3 tonnellate di pasta all’ora. Si aggiunga il fatto che sull’immigrazione, nel caso di metalli, alla pasta, almeno io, ma come me tantissimi miei colleghi, non ho mai potuto effettuare tale tipo di analisi». Mentre è stata compiuta quella relativa ai livelli di materiale non consentito. «Ho rilevato personalmente dei valori di ‘sfaldamento’, per usura, delle trafile, che erano al di là dei limiti consentiti dalla legge, solo ribadisco non è mai stato possibile indagare su quanto materiale finisca, in effetti, nella pasta», piega il tecnologo. Che puntualizza: «Posso dire però, senza tema di smentita, e dai risultati delle mie analisi che, per il materiale utilizzato, le trafile in ‘bronzo’ che ho monitorato non sono consentite dalla normativa vigente. Ci sono dei regolamenti europei e nazionali molto rigidi sul settore alimentare, ma non servono, se non si rispettano le regole. E alla fine capita che chi non si attiene alla legge, utilizzi addirittura la ‘favola’ della trafila al bronzo, per questioni di marketing».

Ma, domandiamo al professionista: perché i produttori non si uniformano alla legge e non sostituiscono le trafile in «bronzo» con quelle in acciaio inox? «Essenzialmente per due motivi – spiega – Il primo è rappresentato dai costi. Una trafila in acciaio inox costa tre volte tanto quella in bronzo (o meglio in bral), e poi per i già citati motivi di marketing: ormai, lo ribadisco, la pasta trafilata al bronzo, nell’immaginario collettivo è sinonimo di tradizione e qualità».