Bruno De Stefano

L’antimafia letteraria è sempre un argomento molto delicato. E Stylo24 ha voluto parlare con uno dei massimi esperti in materia. Da ‘I boss della camorra’ a ‘I nuovi padrini’, passando per ‘Giancarlo Siani. Passi e morte di un giornalista scomodo’, fino a ‘I boss che hanno cambiato la storia della malavita’. I libri di Bruno De Stefano hanno raccontato e raccontano uno spaccato della vita quotidiana di questo Paese. Una storia parallela, che, però, molto spesso con quella in superficie ha finito col toccarsi e fondersi, venendo alla luce e finendo nei libri di più autori.

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Che aria tira in Italia per chi si occupa di mafie dal punto di vista editoriale?
«Prima di tutto è sempre un fatto positivo che nei libri, così come sui quotidiani e sui siti internet si parli di questi argomenti. Il problema, però, è il come. Da tempo, infatti si tende più alla spettacolarizzazione che alla sostanza. Ormai le vicende personali dell’autore sono diventate più interessanti di ciò che scrive. E questo è soprattutto colpa di alcuni autori. Molti di coloro che scrivono di mafie hanno più interesse a parlare di loro stessi, che del contenuto di ciò che scrivono. Purtroppo parlando di certi temi e certe persone qualche reazione va messa in conto, pur non volendola assolutamente giustificare. Ma da qui a passare per martire al primo episodio seppur minimo contro questo o quel giornalista o scrittore è un modo per distorcere la realtà e trasformare il proprio mestiere in uno tra i più redditizi in Italia, ovvero quello della vittima. Nel 1994, per fare un esempio, io e un collega ricevemmo alcuni bossoli in una busta. La mia prima reazione fu quella di proteggere la serenità della mia famiglia e decisi di non divulgare l’episodio. Oggi, invece è diventata quasi una esibizione quotidiana. Ogni volta che presento un libro mi viene chiesto se ho la scorta. E questo va solo a discapito dei contenuti».

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Quali sono gli errori da non fare parlando di questi argomenti?
«Chi scrive non deve diventare protagonista della storia. Spesso in Italia si passa da cronisti di una storia a persone in possesso del cosiddetto ‘verbo’, in grado di distribuire patenti di chissà quale genere. Chi si approccia a questo tipo di argomenti dovrebbe essere molto serio, senza voler fare il martire, senza correre dietro all’esibizionismo, se non addirittura al voyeurismo antimafioso. Non si deve ripulire il mondo, come qualcuno crede. Si deve solo raccontare ciò che si sa. Anche perché di questo passo scivoleremo sempre più in qualcosa che tutto è tranne giornalismo».

 

Che cosa invece è fondamentale fare sempre?
«Di qualsiasi cosa si voglia parlare, l’autore di un libro deve sparire dalla scena, mettendo al centro i fatti. E soprattutto vanno citate le fonti, sempre. E’ fondamentale per capire di cosa stiamo parlando e mostra rispetto per chi legge, evitando di far pensare che chiunque possa inventare qualsiasi cosa. Le stesse figure di questi criminali dei quali si racconta vanno presentate per ciò che sono. Anche se spesso non sono così interessanti, argute e strategicamente attrezzate come vediamo in certe rappresentazioni, ma molto più banali di come ci vengono mostrate».

La mafia è ancora una occasione di carriera?
«Io penso che si possa e si debba ancora raccontare tanto, ma l’importante è raccontare quello che succede. E’ evidente che siamo di fronte a una camorra che ha un appeal minore. Anche se non vuol dire che sia poco interessante, nonostante ci sia meno da scrivere rispetto alla camorra degli anni ’80, che aveva implicazioni con la politica, il potere, le imprese. Oggi siamo di fronte a fenomeni completamente diversi e la verità è che molti per darsi un tono esaltano certe situazioni, certi personaggi e certe minacce perché hanno per primi l’esigenza di stare al centro della scena».