di Francesco Vitale

Secondo quanto specifica la Corte di Cassazione attraverso la sentenza numero 36.505 depositata ieri, il principio che ha portato la Corte europea per i diritti dell’uomo, ad accogliere il ricorso di Bruno Contrada e, conseguentemente ad annullare la condanna, è inapplicabile nei confronti di chi si trovi in situazioni equiparabili a quelle in cui si trovò l’ex numero tre del Sisde.

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Contrada fu condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il periodo di riferimento era quello compreso
tra il 1979 e il 1988; per la Cedu, nel lasso
di tempo considerato, il reato fu frutto
di una evoluzione giurisprudenziale
non ancora consolidata

Vale a dire che non vi era sufficiente chiarezza dell’imputazione. Tale circostanza impedì al ricorrente – nel caso specifico Contrada – di conoscere la pena che avrebbe rischiato. In seguito alla decisione della Corte europea per i diritti dell’uomo, si ipotizzò che anche per altri condannati in situazioni sovrapponibili a quella di Contrada, ci fosse la possibilità di applicare il principio secondo il quale si è avuta la decisione della Cedu. Fatto sta che – come ha rilevato per primo Il Sole 24 Ore nell’edizione odierna – la Cassazione, tramite la sentenza numero 36.505, ha escluso la portata generale di quanto affermato a Strasburgo sull’ex numero tre del Sisde.

E, dunque, ha respinto il ricorso presentato
da un condannato in una situazione sovrapponibile

Tutto gira intorno al concorso esterno in associazione mafiosa; la decisione della Corte di Strasburgo parte infatti dal principio che il reato sia di origine giurisprudenziale. Tale conclusione, secondo i magistrati della Suprema Corte «si pone in termini problematici rispetto al modello di legalità formale al quale è ispirato il nostro sistema penale, in cui non solo non è ammissibile alcun reato di “origine giurisprudenziale”, ma la punibilità delle condotte illecite trova il suo fondamento nei principi di legalità e tassatività».

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