Il boss deceduto Biagio Cava

La Procura di Milano vuole fare piena luce sugli ultimi mesi di vita del boss Biagio Cava, deceduto a novembre dello scorso anno a causa di un tumore al cervello. I pm meneghini hanno aperto un fascicolo di inchiesta in seguito a un esposto depositato circa l’excursus carcerario del camorrista. Il 62enne è morto all’ospedale Cardarelli, ma fino alla fase più grave della sua malattia, è stato detenuto al carcere duro presso il penitenziario Bancali di Sassari. E’ proprio in Sardegna, nella primavera del 2016, che Cava avverte i primi sintomi della patologia. A questo punto, trapela da indiscrezioni, nonostante le istanze dei legali, non sarebbero stati inviati i certificati medici al magistrato di sorveglianza. Una consistente documentazione proverebbe – sempre stando a indiscrezioni – la mancata trasmissione di tali atti al Tribunale della Sorveglianza di Sassari. C’è di più. Al 62enne, una volta diagnosticato il tumore, era stato affidato un tutore dal Tribunale civile sassarese. A ricoprire la delicata funzione era stato chiamato lo stesso specialista che ha operato Cava in Sardegna. Ma poco dopo l’operazione e nonostante la richiesta della sospensione della pena, il boss ha continuato ad affrontare la sua detenzione presso il carcere milanese di Opera, laddove era stato trasferito da Sassari. Quando invece le sue condizioni di salute si sono irrimediabilmente aggravate è stato disposto il trasferimento presso la sua abitazione. Biagio Cava è noto alle cronache giudiziarie per essere il capostipite di uno dei clan più sanguinari del Vallo di Lauro, zona tra l’Avellinese e il Nolano. Contro tale organizzazione era sceso in campo il cartello dei Graziano, dando vita alla cosiddetta faida di Quindici che provocò la morte di una cinquantina di persone.